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Venezia 78: il film di Sorrentino in concorso

È stata la mano di dio

Non è mai facile parlare di se stessi, della propria vita e di una grande tragedia capitata quando si era adolescenti. Paolo Sorrentino ci riesce solamente dopo vent’anni di carriera con il suo film più personale e il primo ambientato nella sua città, Napoli, dopo il film d’esordio L’uomo in più, che sorprese la critica proprio a Venezia nel 2001.

È stata la mano di Dio, in concorso, è la storia di un ragazzo nella Napoli degli anni ‘80. Il diciassettenne Fabietto Schisa è un ragazzo un po’ goffo che lotta per trovare il suo posto nel mondo, ma che trova gioia in una famiglia strampalata ed amante della vita, fino a quando alcuni eventi cambiano tutto. Uno è l’arrivo a Napoli di Maradona e l’altro è un drammatico incidente che farà toccare il fondo a Fabietto, indicandogli però la strada per il suo futuro. Apparentemente salvato da Maradona, toccato dal caso o dalla mano di Dio, Fabietto lotta con la natura del destino, la confusione della perdita e della volontà di essere vivo.

È stata la mano di Dio è la storia autobiografica di Paolo Sorrentino ma è anche il suo film meno sorrentiniano, più attento al racconto che agli estetismi a cui ci aveva abituato. Il regista napoletano ha il pregio di far navigare il film nei contrasti fra tragedia e commedia, amore e desiderio, finalmente con una messa in scena più semplice e sincera. Sorrentino non rinuncia però totalmente ai suoi vezzi più ricorrenti, ma l’esibizionismo tecnico è questa volta limitato e i deliri onirici sono quasi eliminati (a parte San Gennaro e il monacello), il dolore che si respira è davvero autentico. La macchina da presa finalmente compie un passo indietro per far parlare la vita dei personaggi, soprattutto quella di Fabietto, suo alter ego. Ne viene fuori Sorrentino come essere umano e non come sapiente movimentatore della macchina cinema.
Il discorso su Maradona è interessante e complesso, perché il regista decide quasi di annullarne la potenza visiva e simbolica del Dio del calcio, non gira neanche una scena allo stadio, non c’è nulla di quell’arrivo vorticoso e non vediamo mai in azione Diego con la maglia del Napoli ma solo con quella dell’Argentina nei mondiali del 1986, quelli del famoso gol di mano all’Inghilterra (la mano di Dio che dà il titolo al film). Maradona è quasi un idolo spettrale che sembra sostenere la vita di tutti a Napoli, ma che nel film sostanzialmente si evoca senza vedere. Ci sono anche dei falsi storici un po’ stranianti: Maradona arriva a Napoli nel 1984 e lo scudetto viene vinto nel 1987, questi 3 anni vengono da Sorrentino volutamente ridotti in pochi mesi che lasciano un po’ perplessi non tanto dal punto di vista filologico ma più per quello simbolico, per quello che Maradona ha rappresentato per Napoli.

Il cast del film

Il problema del film è una certa incoerenza tra la prima parte e la seconda: nella prima Sorrentino unisce il suo grottesco che trasfigura il reale con momenti da vera commedia, sembra un cinema allegro e giocoso che fa davvero molto ridere, forse più che in tutta la sua carriera; nella seconda parte invece ritorna un po’ il suo cinema meno efficace con quell’immaginario che discende da Fellini (ancora una volta preso ad esempio e citato nel film in una scena di un casting) come se la tragedia avesse fatto perdere a Sorrentino la sua forza di raccontare, al contrario di Fabietto che da lì trova il coraggio mai avuto per capire il suo percorso nella vita.
Il film sembra allora perdersi in innumerevoli finali anche abbastanza banali dal punto di vista registico.
L’impressione è che la tragedia lo ha spinto a fare cinema, lasciandosi dietro l’adolescenza, ripiegando perciò nel suo immaginario. Un passaggio sicuramente voluto, ma non per questo pienamente efficace, tanto che alla fine, forse, nel ricordare questo film avremo negli occhi quella prima parte dove si respirava vita vera.

da Venezia, Claudio Casazza

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