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Wim Wenders e l’America

Per Wim Wenders l’America è sempre stata una presenza imprescindibile. Come un magnete, ha attirato con forza crescente l’immaginario del grande regista tedesco verso di sé. Guadagnando spazio all’interno del suo cinema un film dopo l’altro. Fino a dilagare. Fino a costringerlo a lasciare i cieli d’Europa per quelli d’oltre oceano.
La mostra inaugurata il 16 gennaio a Villa Panza a Varese, prova a dare conto di questo amore duraturo ed invadente, pur senza la pretesa di offrire uno sguardo esaustivo, né andando alla ricerca di un qualche tipo di completezza.
Per farlo, però, non si affida al regista, ma al fotografo: 34 fotografie, scattate tra il 1978 e il 2003. Non è una differenza da poco, soprattutto nel caso di Wenders.
E’ lui stesso a precisarlo, in una conferenza stampa affollatissima, in una delle sale della villa che fu di Giuseppe Panza – e che è poi stata donata al FAI, perché tutti potessero visitarla e godere dei suoi spazi e della sua collezione d’arte. Qui, Wenders avverte di come abbia sempre tentato di mantenere separato il suo essere regista dal suo essere fotografo.
E’ soprattutto uno questione d’approccio – dice. Quando cerco un luogo per un film mi porto dentro una storia. Cerco un luogo, un posto, che questa storia possa contenere. Ma come fotografo mi presento davanti ai luoghi, ai paesaggi, come svuotato. Aspetto che siano loro a portarmi qualcosa. Sono io che mi faccio riempire dalla loro storia. […] E’ qualcosa che richiede tempo. Quando fotografo di solito sono da solo. Rimango in silenzio a lungo, aspetto. Se c’è qualcuno con me e cominciamo a parlare, smetto subito di fotografare.

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Il mettersi in attesa di qualcosa che arriverà dal paesaggio che si ha di fronte, discende in Wenders dalla convinzione che l’ambiente abbia un ruolo fondamentale nella nostra vita. Che sia in grado di formarci. In questo senso, l’America del nord, e per Wenders soprattutto quella degli anni ’50 e ’60, con il suo essere immaginario collettivo oltre che luogo fisico, diventa un’opportunità particolarmente feconda. Nel fatto che siano proprio le stanze di Villa Panza ad ospitare questa mostra sembra allora essere contenuto un certo tipo di continuità di intenti, se quegli stessi corridoi e quegli stessi saloni ospitano la collezione d’arte che fu di Giuseppe Panza. Una collezione tutta sbilanciata verso quei luoghi e quegli anni, e che prende le sue mosse dal primo viaggio di Giuseppe Panza negli Stati Uniti nel 1954, dove, scriveva, una luce diversa pareva rendere le cose più conoscibili. Sarà allora più opportuno cercare un’assonanza, più che tra le opere della collezione permanente e le fotografie in mostra, tra la ricerca di Wenders e quella di Giuseppe Panza, segnate alla base dalle medesime fascinazioni.

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Il percorso espositivo si chiude nelle scuderie della villa, con cinque fotografie in grandissimo formato scattate a Ground Zero poco dopo la caduta delle torri. Dal punto di vista espositivo è probabilmente il momento più riuscito della mostra.
Quando sono sceso nelle scuderie e ho visto le fotografie – confessa Wenders – sono rimasto particolarmente impressionato. Tanto che ho stentato a riconoscerle come mie. Quando sono stato a Ground Zero ho sentito un messaggio che poi, purtroppo si è perso nel tempo. Per i politici americani è stata l’occasione per una vendetta, per un’altra guerra. Ma per me il messaggio che proveniva da quel luogo era un altro: basta violenza, basta sangue.

Raccolte in un luogo isolato e silenzioso, alle immagini è data, più che altrove, la possibilità di restituire l’intento di Wenders, quello di porre se stesso, e conseguentemente lo spettatore, in ascolto del messaggio che il luogo porta in sé.

Tutte le informazioni pratiche riguardo alla mostra le trovate qui

Segnaliamo anche la rassegna cinematografica che il FAI organizza con Filmstudio 90, cinque film per celebrare il genio del regista tedesco. Il programma delle proiezioni qui Il cinema di Wim Wenders

Matteo Angaroni

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