Addio a Wes Craven

craven1In rete si leggono già i peana, ma diciamocelo subito anche a costo di sembrare blasfemi: Wes Craven è stato un regista sopravvalutato. Confrontatelo con Dario Argento, George A. Romero o John Carpenter, e ve ne accorgerete subito. Eppure Craven ha fatto delle cose, ha visto delle cose, che cronologicamente parlando ben pochi avevano avuto l’ardire di fare e vedere. E tra tutti i summenzionati, è stato l’unico capace di galleggiare attraverso i decenni, di rinnovarsi e rinnovare il cinema della paura evitando l’oblio o la dannazione spesso riservata a molte opere della terza età. Pensateci. Prima se n’è saltato fuori con L’ultima casa a sinistra (1972) e Le colline hanno gli occhi (1977), poi con la serie Nightmare (1984) e negli anni novanta, quando tutti lo davano per spacciato, con Scream (1996). Mentre Carpenter languiva e Tobe Hooper annaspava nell’home-video, mentre l’amico e collega Sean S. Cunningham si perdeva per strada e finiva archiviato al museo delle cere, e lo stesso Romero accaparrava faticosamente soldi per dei low-budget, ecco che Craven viveva. Incredibilmente, stranamente, inspiegabilmente, lui viveva.

crav3La storia di Craven è quella di un miracolo continuo, un uomo che nonostante tutti i grandi cambiamenti del cinema, le nuove esigenze del mercato, gli aggiustamenti di tiro che ogni produttore pretende dai suoi sottoposti, è stato in grado di lasciare il segno, cioè di dirigere delle cose formalmente interessanti. Il merito è soprattutto della leggenda che sin da subito la storia gli ha cucito su misura, come una specie di abito comodo ed elegante, ottimo per tutte le occasioni, da quelle mondane a quelle più informali. Il punto è che non sapremo mai cosa ne sarebbe stato de L’ultima casa a sinistra se la censura non gli avesse messo i bastoni tra le ruote, ingigantendo una pellicola che, tutto sommato, vista oggi non è nemmeno così violenta. Forse sarebbe stata davvero quel capolavoro della distruzione che alcuni “appunti di viaggio” ci permettono di supporre. O forse, come ritiene maliziosamente il sottoscritto, sarebbe rimasta quella geniale montatura che è poi stata. Di sicuro, nella versione che abbiamo, la morte è per lo più fuori campo, il sesso simulato, la gente urla e finisce accoltellata senza che per questo ci si scandalizzi oltre il dovuto. E non parliamo del film successivo, Le colline hanno gli occhi. Ancora oggi buona parte della storiografia horror ne scrive come della più alta vetta dello splatter, l’apoteosi del gore, l’esasperazione della crudeltà. E invece quel filmetto lì lascia il tempo che trova, ci si aspetta che qualcuno faccia una brutta fine, che una gola venga recisa in dettaglio, che le intestina di qualche sprovveduto siano diligentemente sbobinate per il deserto… Nulla, nada, nisba. Ciononostante resta il mito, l’idea oltre le cose, la patina di immor(t)alità che il pubblico più credulone non riesce a staccargli di dosso. L’orrore per Craven è come la Resurrezione per un cristiano: nessuno l’ha vista, ma tutti ci credono.

craven3Craven è stato bravo, a suo modo sovversivo e sovvertitore. Prima ha preso un film di Bergman, La fontana della vergine (1960), e ne ha diretto la versione cruda, carnale, perversa. Quindi è riuscito a vendere il proprio prodotto in quella cerchia radical che ci ha individuato dei significati profondi, come una critica alla famiglia borghese (che presto si scopre peggiore dei criminali che giudica) o alla guerra del Vietnam (lo stesso modo di uccidere, di concepire il delitto come una macabra esecuzione). Infine è tornato negli anni novanta, quatto quatto, è ha tentato di spacciare per un horror al passo coi tempi quella porcheria grottesca di Scream e i suoi sgangherati epigoni. Tante chiacchiere. Anzi, balle che ancora una volta hanno avuto i loro sostenitori: prima, dicevamo, gli studiosi impegnati, allora i ragazzini post muro di Berlino che, cresciuti a pane e televisione, si sono esaltati per quel mascherone bianco che andava a distribuire morte alle feste dei pariolini viziati.

crav2Ciò che si ricorda, e si ricorderà sempre, è però il Robert Englund dal volto sfigurato di Nightmare in cui recitava anche un allora misconosciuto Johnny Depp. Dal punto di vista psicoanalitico, quel film è una cagata: nessuno sogna in quel modo, il simbolismo onirico ha ben altre rappresentazioni che quelle che cerca di appiopparvi Craven. Però l’idea di un demone che viaggia attraverso i sogni, uccidendo le sue vittime nei modi più strani, che costringe chi ne è perseguitato a non addormentarsi mai, resta davvero straordinaria. Cosa c’è di più maniacale, depravato, diabolico che l’impossibilità di concedersi alle braccia di Morfeo? La paura in Craven è proprio questo: non ciò che si vede, ma quel che viene supposto. Pochi hanno apprezzato infatti un suo altro grande film sull’argomento: Red Eye (2005). Lasciate stare tutte quelle sciocchezze che hanno scritto sul cinema splatter, sull’esibizione della violenza, sulla reiterata morbosità della morte. Craven non c’entra niente con questa roba. Lui ci ha parlato della grande malattia della contemporaneità, sottile come i bacilli che respiriamo, invisibile quanto i germi che ci fanno ammalare: la paranoia.

Marco Marchetti

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