Agnès Varda incanta Cannes

visagesUn viaggio scanzonato per la Francia celebrando il potere dell’immaginazione e l’incontro e lo scambio con le persone. Un itinerario senza un filo predefinito o uno scopo, dettato dal caso, “il mio migliore collaboratore” come lo definisce Agnès Varda. La grande regista francese, 89 anni tra pochi giorni, ha portato a Cannes fuori concorso, Visages, villages realizzato con JR, fotografo noto anche per le immagini incollate sulle pareti degli edifici. I due percorrono le strade a bordo di un curioso furgone trasformato in studio fotografico, pronti a fermarsi con persone comuni e curiose le cui storie non interessano a nessuno. Storie in qualche modo di resistenza, quanto meno all’appiattimento, all’omologazione e alla dimenticanza. Una Francia di piccoli paesi, villaggi, appunto, da nord a sud, dove trovare ex minatori e figlie di minatori che non vogliono lasciare la vecchia casa, bariste di provincia che diventano celebrità grazie a una foto (e ai social), allevatori di capre che bruciano le corna ai capretti per non farli lottare oppure che han deciso di tornare alla mungitura a mano. Varda ama le capre e le spiagge (l’autobiografico Les plages d’Agnès, del 2008, era il suo ultimo lungometraggio), così torna in Normandia dove nel 1954 aveva fotografato un cadavere di animale, un uomo e un bambino (sull’immagine aveva costruito il corto Ulysse del 1982), in un luogo caro anche a JR. Là c’è una grande roccia staccatasi dalla falesia e trasformata in bunker, sulla quale incolleranno un ritratto che Agnès fece vardaall’amico fotografo Guy Bourdin. Varda ama da sempre la fotografia, con la quale iniziò una carriera quasi settantennale: significativa è la tomba di Henri Cartier-Bresson in Provenza, immersa nella lavanda. La regista passa dal presente al passato, guidata dalla memoria che non lascia mai posto alla nostalgia. Procede per associazioni all’insegna della leggerezza, sul modello del suo Les glaneurs et la glaneuse (2000), che ha inaugurato un modo diverso di raccontare per immagini e non a caso è citato all’inizio di Visages, villages, mentre i due autori e protagonisti scherzano su come si sono incontrati e quanto si stimano a vicenda.
È un film di arte e vita, che sa toccare corde tristi senza perdere il sorriso. Chi conosce l’opera della regista ci ritrova tantissimo, si lascia portare dalla sua voce eternamente sbarazzina; per chi la conosce poco o nulla è una scoperta e un’introduzione a un mondo che partorisce idee e accostamenti, guidato da amore per la natura, la vita, la bellezza e il gesto creativo, anche spiazzante. Scherza sulla sua malattia agli occhi ricordando Un chien andalou di Bunuel e intona canzoni popolari mentre si prepara a incontrare le mogli dei portuali di Le Havre.
Jean-Luc Godard è una presenza che alita su tutto il film: “ha cambiato il cinema”, afferma lei, aggiungendo “il cinema ha bisogno di persone come lui”. JR non si separa mai dagli occhiali scuri e la caratteristica non può non rimandare al JLG giovane: Varda si inventò il corto Les fiancés du pont MacDonald, dove il regista era protagonista con Anna Karina, inserito in Cleo dalle 5 alle 7 (1961), solo per riuscire a farglieli togliere. Godard torna nella corsa dentro al museo del Louvre a rifare una celebre scena di Band à part.

Nel finale i due intraprendono un viaggio in treno a Rolle, sul lago di Ginevra, per incontrare Godard, che Varda non vedeva da anni. Per una volta la regista, definita “la nonna della Nouvelle vague”, tradisce un po’ di nervosismo e inquietudine. Il perché di questo non sentirsi a proprio agio emerge davanti alla casa dell’amico e collega Jean-Luc, che non smentisce neanche stavolta la propria fama, con un epilogo da lasciare allo spettatore. Visages, villages è un regalo, un atto d’amore verso il cinema, l’arte, la vita e la Francia nascosta, da parte di un’eterna ragazza sbarazzina, che per la prima volta ha lavorato con un’altra persona, trovando in JR un partner stimolante e misurato insieme.

da Cannes, Nicola Falcinella

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