Barriere

coverBarriereDai campi di cotone del profondo Sud alla fine della segregazione e le speranze degli anni ’60. Barriere – Fences di Denzel Washington riassume questo percorso della comunità afroamericana attraverso la figura di Troy, operaio comunale di Pittsburgh, Pennsylvania, addetto alla raccolta rifiuti.
Siamo nel 1957 e questo apparentemente tranquillo uomo maturo, che ama stare in giardino a bere gin con l’amico fraterno Bono, sta combattendo tante piccole battaglie. Sul lavoro vuole ottenere il diritto di guidare i mezzi, anche se non ha la patente. Con i due figli vuole essere di stimolo ed esempio: Lions vuole fare il musicista, non riesce a mantenere un lavoro fisso e no fa che chiedere soldi; Cory vuole andare all’università e sogna di diventare un campione di baseball, ma si deve occupare del fratello Gabriel, che in guerra è stato ferito gravemente, ha problemi mentali, tanto che ora “combatte i cerberi”. Ha Barriere-film-denzel-washingtonuna tresca con Alberta, la cameriera del bar che frequenta spesso. E poi c’è la lunghissima costruzione della recinzione del giardino di casa (“serve a tener fuori, ma anche a tener dentro” dice Bono riferendosi alla relazione con la giovane), cui si riferisce il titolo. Troy, impersonato dallo stesso Washington, è il perno di una situazione quasi teatrale (l’influenza di Tennesse Williams è chiara), con pochi personaggi, sette in totale, in gran parte ambientato tra casa, giardino e strada. Figlio di un coltivatore di cotone, è partito verso nord da giovanissimo, dopo aver litigato con il padre, ha vissuto il carcere per molti anni, si è fatto una famiglia, ha un lavoro. La sua figura è una cerniera tra il passato e il futuro, cuore di un film intergenerazionale, che vorrebbe creare un rapporto tra padre e figli. Nonostante i suoi inciampi (l’alcool, i tradimenti, gli scatti di violenza) e la contaddittorietà, Troy cerca di essere positivo, anche se è un punto di riferimento a metà: non fa le cose per piacere agli altri, insegna la responsabilità e il rispetto, vorrebbe essere all’altezza come marito e padre e vorrebbe che il secondogenito Cory non rifacesse i suoi errori e non si illudesse con il baseball. Ha la consapevolezza del peso e delle difficoltà dell’essere di colore, le ha vissute quasi tutte sulla propria pelle, ma non capisce del tutto che qualcosa sta cambiando, nonostante in casa compaiano le fotografie di John F. Kennedy e Martin Luther King (il film si conclude tra il 1963 e il ’64). Nell’apparente staticità della situazione accadono parecchie cose: le guerre che si succedono, le morti di parto, i dolori, i problemi economici che permangono, i litigi, i sogni che falliscono. Al fianco di Troy, non sempre all’altezza dei suoi propositi, c’è la dedizione amorosa e fiera della moglie Rose, colonna della casa e personaggio per la quale una grande Viola Davis ha vinto l’Oscar per la migliore attrice non protagonista. Barriere è molto parlato: Washington ha fiducia nel dialogo e nel parlare, non a caso il suo film precedente si intitolava Il potere della parole – The Great Debaters (2007). Contemporaneamente c’è poca musica, ma Washington intona un paio di canzoni e il suo modo di parlare è molto musicale, tanto che nella prima parte della pellicola è quasi un rappeggiare tra Troy e Bono.

Un film denso e intelligente, molto scritto e ben recitato, diretto con sobrietà e una messa in scena controllata dall’attore alla sua terza prova registica, segno di un percorso sempre più maturo anche dietro la macchina da presa.

Nicola Falcinella

Barriere

Regia: Denzel Washington. Sceneggiatura: August Wilson. Fotografia: Charlotte Bruus Christensen. Montaggio: Hughes Winborne. Musiche: Marcelo Zarvos. Interpreti: Denzel Washington, Viola Davis, Mykelti Williamson, Saniyya Sidney, Russell Hornsby, Jovan Adepo, Stephen Henderson. Origine: USA, 2016. Durata: 139′.

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