Cannes 72: cronache di metà festival

È il poliziesco uno dei fili che attraversa la competizione del 72° Festival di Cannes, arrivato circa a metà percorso. Il genere, declinato in maniere diverse, ritorna nelle opere di registi anche molto distanti tra loro.

The Dead Don't Die

The Dead Don’t Die

Sebbene il tono sia da commedia con zombie, sono poliziotti i protagonisti di The Dead Don’t Die di Jim Jarmusch, film d’apertura. Un buon lavoro, forse non tra i migliori del regista newyorchese, ma piacevole e con significati politici ed ecologisti non banali. Una commedia quasi apocalittica e metacinematografica: i personaggi forse entrano ed escono in maniera un po’ buttata là, ma ciò che conta è il senso generale. Siamo tutti zombie del consumismo, dice Jarmusch che fa vivere la pellicola di grandi momenti, come i morti viventi alla ricerca del wifi. Zeppa di citazioni e tormentoni, come la canzone Dead don’t die di Sturgill Simpson, “la canzone del film” dice l’agente Ronnie (Adam Driver).

Una delle liete sorprese è il francese Les misérables di Ladj Ly, ambientato in una difficile periferia francese il giorno dopo la vittoria ai Mondiali di calcio 2018. Un’unità speciale della polizia si arricchisce di un nuovo agente, l’unico estraneo al quartiere: insieme a un ragazzino che ruba un cucciolo di leone al circo e un altro che si diverte a filmare tutti con un drone, sarà l’elemento che turba l’equilibrio di calma apparente e fa esplodere la violenza. Un film che non si capisce che piega prenda, lascia inquietudine e preoccupazione, che resta tra Il condominio dei cuori infranti, La guerra dei bottoni e La paranza dei bambini. Nel caldo torrido un episodio fa esplodere la pentola a pressione e fa divampare la vendetta e la rivolta dei ragazzi. Siamo nella cittadina dove Victor Hugo ha scritto I miserabili, da cui il titolo e la domanda: “come sarebbero oggi Gavroche e Cosette?”

The Wild Goose Lake

The Wild Goose Lake

Molto bello è The Wild Goose Lake di Diao Yinan, noto per l’Orso d’oro con Fuochi d’artificio in pieno giorno, del quale si riconosce uno stile definito. Anche questo è un poliziesco su più piani temporali ambientato nel giro di pochi giorni, non tutto della trama è chiaro alla prima visione, ma il risultato è molto affascinante. Protagonista è Zhou Zenong, capo di una banda criminale che spara a un poliziotto ed è costretto a nascondersi, con un’ingente taglia sulla propria testa. Incontra una donna che vuole liberarsi e il cui destino si intreccia al suo. Un film molto ricercato, che fa pensare a Wong Kar-Wai e alla new wave hongkonghese ma pure a Marcel Carné (il flash-back di Alba tragica) e Jean-Pierre Melville, con una regia matura e un montaggio sopraffino. Non molte, ma molto belle e con trovate rimarchevoli, le scene d’azione. Da notare la specularità in alcune situazioni, l’assegnazione dei compiti e gli spostamenti in moto, tra le bande di ladri e la polizia.

La gomera

La gomera

Costruito a incastri è La gomera di Corneliu Porumboiu, che parte sulle note arrembanti di The Passenger di Iggy Pop mentre Cristi (il bravo Vlad Ivanov), un poliziotto dai metodi poco ortodossi della narcotici di Bucarest, naviga verso l’isola delle Canarie che dà il titolo. Sull’isola scoprirà il linguaggio del fischio e cercherà di venire a capo di un intrigo complesso che si concluderà a Singapore. Un buon thriller con lato commedia e un insospettabile risvolto western, in uno stile lontano da quello fatto di lunghi piani sequenza del cinema romeno, più vicino piuttosto al precedente Il tesoro dello stesso regista. Centrale è ancora il rapporto con i genitori e con il loro passato comunista: il padre del poliziotto era un dirigente del partito che il figlio non si fa problemi nel far passare per corrotto. Porumboiu è uno dei più talentuosi registi della scuola romena, conferma il suo talento e potrebbe andare a premi. Anche qui le citazioni si sprecano, dalla scena della doccia di Psycho a Sentieri selvaggi visto in Cineteca fino a Un comisar acuza (1974) di Sergiu Nicolaescu in televisione.

C’è una parte di indagine, ed è tra le componenti che funzionano meno, in Atlantique dell’altra debuttante Mati Diop, nipote del grande cineasta senegalese Djibril Diop Mambety. Come aveva già mostrato nei cortometraggi, si tratta di una regista vera, che sa mettere in scena, sa cosa e come raccontare e che in questo caso pecca per eccesso, perché calare i fantasmi dentro un impianto realistico è rischioso per quasi tutti i cineasti. In una Dakar in fermento, dove si costruiscono grattacieli e palazzoni, ma non si pagano i lavoratori, la bella Ada dovrebbe sposare Omar, che vive e lavora in Italia. La giovane frequenta però Souleiman, in procinto di partire in barca per tentare di emigrare in Spagna. Le contraddizioni, i sogni e le tragedie dell’Africa riviste in maniera personale con una prima parte molto bella e riuscita e una seconda più sbrindellata ma interessante e dolorosa.

da Cannes, Nicola Falcinella

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