Dalla Berlinale: primi film in concorso

Dopo l’apertura modesta con The Kindness Of Strangers di Lone Scherfig, il 69° Festival del film di Berlino ha un po’ risollevato il livello con Öndög del cinese Wang Quan’an e Grâce à Dieu del francese François Ozon, entrambi tra i nomi più attesi tra i 17 in gara per l’Orso d’oro.
ondog-wang-quanan“Öndög” è il termine usato nella steppa mongola per indicare un uovo di dinosauro. La pellicola del regista che nel 2007 vinse l’Orso d’oro con il delicato Il matrimonio di Tuya inizia come un poliziesco e si trasforma in una fiaba. Un lungo cameracar da un mezzo della polizia porta a imbattersi, di notte, nel cadavere di una donna nuda. Il comandante lascia a sorvegliare il corpo, al freddo e al gelo e in attesa di tornare meglio equipaggiati, una diciottenne recluta inesperta. Chiede aiuto alla pastora che vive da sola nei dintorni con il suo bestiame. Sarà una notte intorno al fuoco, con il sollievo del manto del cammello e la minaccia di un lupo, un confronto tra la solitudine della città e quella dei pascoli sconfinati. Risolto il crimine, resta la donna nella sua yurta, con l’agnello da uccidere aiutata da un altro pastore e la vacca che deve partorire. Il film ha tocchi di assurdo, ha immagini molto belle senza sconfinare in un’estetizzazione inutile e un montaggio di accostamenti evocativi. Realismo e fiaba si fondono intorno a una trentenne decisa, che sa cosa vuole e non si fa problemi a sparare o a fare sesso. Wang Quan’an si ripropone dove aveva vinto, con un’opera originale, che in comune con Il matrimonio di Tuya ha la ricerca di amore in spazi vasti con più bestiame che esseri umani.

260px-grace_a_dieuIl prolifico Ozon è invece cineasta dal quale non si sa mai cosa aspettarsi. Grâce à Dieu tratta un tema molto delicato e rientra tra i suoi lavori seri, quelli nei quali non sbraca, anche se qui in un paio di frangenti arriva al limite. La storia è basata su quella dei componenti dell’associazione “La parola liberata”, nata a Lione dall’incontro tra uomini che erano stati vittime di abusi da ragazzini, da parte di un prete pedofilo, padre Preynat. La vicenda inizia nel 2014, quando Alexandre, padre di cinque figli, dalla lettura di un articolo di giornale per prendere l’iniziativa di scrivere alla diocesi per raccontare ciò che era accaduto a metà anni ’80 durante un campeggio scout e chiedere un incontro. È l’avvio di scambi epistolari e colloqui, che però non soddisfano l’uomo, preoccupato dal fatto che il sacerdote, ormai settantenne, è ancora a contatto con minori. Da qui Alexandre cerca ed entra in contatto con altre vittime e anche la struttura del film cambia: da un protagonista solo, si allarga ad altri, ampliando il discorso. In questo modo Ozon riesce a raccontare le cose sotto diverse angolazioni e mostrare le tante responsabilità, di chi sapeva e non ha fatto abbastanza. Il procedimento penale, partito con difficoltà perché la maggior parte dei casi erano andati in prescrizione, è ancora in corso. Altro aspetto interessante è che il regista prende chiaramente posizione nella denuncia degli atti di pedofilia e del loro autore, senza fare però una pellicola anticattolica o anticlericale: i protagonisti e i loro congiunti e amici dibattono sulla fede, l’ateismo, lo stare dentro la comunità religiosa o uscirne. I brevi flash-back, rendono l’idea di come Preynat sfruttava il carisma che aveva sulle persone e sui ragazzi per abusarne.

kidnessFiacco e convenzionale è The Kindness Of Strangers di Lone Scherfig, scelto per l’apertura. Un film che non regge l’inaugurazione di un grande festival, che potrebbe avere un suo pubblico in sala, ma troppo debole per un concorso e soprattutto come inizio. Persone diverse si incrociano a New York, sotto il segno del bisogno d’aiuto, materiale e spirituale. Tra questi una madre fugge con due figli piccoli, dopo che il marito poliziotto ha picchiato il maggiore, vivono come possono e si rifugiano dove riescono, spesso nelle biblioteche. La Scherfig mette dentro troppe cose, che si accumulano e prendono una piega poco credibile. Solo il buon gruppo di attori (i principali sono Zoe Kazan, Andrea Riseborough e Tahar Rahim) tiene in piedi personaggi un po’ esagerati ed evita la caduta nel ridicolo. Ogni svolta avviene in modo troppo provvidenziale. Il film è anche palesemente programmatico nel rendere il concetto del titolo, la gentilezza degli estranei, contrapposta alla mancanza di rispetto e disponibilità dei familiari e anche violenza.

da Berlino, Nicola Falcinella

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