HOTEL RWANDA: appunti da un’alba dei morti viventi

È l’alba.

Non esiste spiegazione plausibile, ma alcune creature hanno invaso le nostre certezze. Non esiste articolazione scientifica che riesca a decifrare ciò che accade. Accade e basta. L’orrore che cala dal nulla pare figlio della quiete, che abbracciava le nostre esistenze prima d’ogni film dell’orrore. Fosse cinema capiremmo. E la luce in sala asciugherebbe le lacrime d’emozione e scalderebbe il corpo gelido di brividi.

Invece Hotel Rwanda è successo davvero all’alba di una nuova era per l’Africa e le sue colorate popolazioni (quante volte si sono affacciate nuove ere per il continente che occhi ciechi hanno definito nero).

Noi popoli soprasviluppati abbiamo reso plausibili le nostre irrazionali paure, fino a raccontarle tra le pagine di tanti libri, sugli schermi di innumerevoli sale, così per tracciare un confine, e recintare tutto ciò che spaventa, una zona franca dove alleggerire il nostro immaginario di orrori e poterlo osservare con raccapriccio a volte, con tenera distanza – e magari divertimento (leggi intrattenimento) – più spesso.

Ci siamo accorti di non conoscere il nostro vicino e ci siamo chiesti se non fosse portatore sano di qualche oscuro male, capace forse di inaudite quanto inaspettate violenze. Ci siamo accorti di mancare del tempo speciale dell’ascolto e abbiamo, di conseguenza, armato le nostre orecchie di indifferenza.

Allora capita una mattina di svegliarsi e scoprire che il mondo, così come lo avevamo percepito, è impazzito, avvitato su logiche inesplicabili, che permettono a dei morti di ritornare in vita, assetati di carne umana, veloci come mai nessuna mitologia aveva raccontato, spietati come un virus aereo. E più ci si convince che non può essere vero, più si è costretti ad arretrare, finendo magari con il rinchiudersi in uno di quei posti, dove eravamo abituati a dividere il nostro tempo mancato con quelle stesse persone che adesso riconosciamo appena nelle creature mostruose che reclamano il nostro sangue.

Noi in un ipermercato delle meraviglie. Loro fuori ad aspettare il momento giusto per rifinire il loro massacro con i nostri merletti.

Non erano nostri fratelli? Intendo, il colore della pelle scherza con la natura identica delle nostre carni. Ma mentre giocavamo ad esorcizzare il dramma della solitudine con l’incubo de L’alba dei morti viventi, voraci centometristi nell’era del mercato globale, nel cuore dell’Africa c’era chi si alzava all’alba, per scoprire che il mondo era impazzito; che migliaia di persone giacevano in strada sbranate da denti di macete. Bambini compresi.

A centinaia.

Era l’alba di un 1994 qualsiasi in Rwanda. Uno di quei paesi abitati da gente con pelle scura, in un continente senza pace e che, se trova la pace, soffre la fame.

Qualcuno ha cercato, a distanza di tempo, di spiegare come quella sia stata una guerra civile costruita, pianificata a tavolino, capace di muovere la zona d’ombra in ogni uomo e trasformarlo in uno zombie (perché chi uccide a sangue freddo degli innocenti non può che essere avvelenato dalla morte).

Gli Hutu si scaraventano sui Tutsi incitati niente di meno che dalla radio, il più semplice dei divulgatori di massa, ma il più efficace. Fratelli contro fratelli, gemelli con marchi di fabbrica leggermente diversi (nei dettagli forse), tanto da far gridare una piccina “ti prego, non uccidermi, prometto di non essere più Tutsi”, come in altri luoghi e in altri tempi, altri genocidi, altre mattanze a marcare ridicole differenze, per nascondere bassi interessi di pochi profeti del potere.

Hotel Rwanda racconta la storia vera di un orrore quando si trasforma in horror-movie e, senza pietà, gioca con i corpi dei bambini nel buio delle strade e delle camere di albergo; o soffoca nella nebbia un  fiume di corpi massacrati dalle lame; o ancora tinge l’assedio all’hotel come fosse l’ipermercato attorno a cui i carnefici colorano di sangue ogni speranza di uscirne vivi.

Se i morti viventi perdono sempre nel prefinale, per spolpare infine chi credevamo fuori dall’incubo, il regista Terry George, definisce un happy-end di speranza fasulla. Perché dopo aver giocato con la memoria rimossa dello spettatore, chiamato a ripescare indietro di dieci anni tra le immagini da tg delle 20 mescolate tra un primo e un secondo, lo affonda poi con la miseria di un presente che racconta di altre guerre, di altri genocidi. Dell’occidente civilizzato e redento che sventolando l’Onu, ora come vessillo, ora con fazzoletto da raffreddore, continua a scegliere le mischie migliori come fossero opzioni di un videogame.

Per questo il finale non lascia speranze. Per questo per tutto il film George ha lasciato fuori campo lo spettacolo delle mutilazioni, raccogliendo qua e là le tracce rosse del sangue innocente di chi non ha avuto la fortuna di riparare tra le stanze dell’hotel, di incrociare la disperazione dell’hutu Paul, sorta di Schindler africano. A Terry George basta e avanza per costruire nello spettatore le immagini mancanti, in un meccanismo che dopo aver sollecitato la domanda “ma dov’ero io in quei giorni”, scoperchia il rimosso e risponde impietoso: eri seduto impotente e continuavi a cenare, fingendo che il mondo non fosse anche tuo e lo sterminio di un popolo non ti appartenesse.

E mentre il Rwanda piangeva migliaia di morti, persone vere, bambini veri, sotto gli occhi di chi poteva intervenire e non lo ha fatto, il nostro mondo, quello che le tv ci presentano come il vero mondo, continua a crescere morti viventi che non aspettano altro che l’alba propizia.

Alessandro Leone

(Pubblicato sul n°25 della versione cartacea, aprile 2005)

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