La ruota delle meraviglie

coneyislandanni50Coney Island, anni Cinquanta: giostre, luci, zucchero filato, ma soprattutto la magica ruota delle meraviglie. È il volto dell’America postbellica, dell’America che cerca con tutte le sue forze di tornare allo splendore di inizio secolo e che, come una donna invecchiata troppo presto, s’imbelletta fino a coprire i segni del tempo. È il volto di Ginny (Kate Winslet), che non accetta di non essere diventata attrice, che non accetta di vivere in un tugurio con quell’ubriacone del secondo marito Humpty (Jim Belushi), che non accetta di avere quarant’anni e di lavorare ancora come cameriera, e che fantastica di essere salvata dal principe azzurro per avere finalmente tutto ciò che ha sempre sognato. Ma il suo principe azzurro, il romantico Mickey (Justin Timberlake), poeta decadente fuori tempo massimo alla ricerca del grande amore, infrangerà tutti i sogni di Ginny innamorandosi perdutamente dell’esotismo di Carolina (Juno Temple), la WA16_D28_0112.ARWbiondissima figlia di Humpty in fuga dalle grinfie dell’ex-marito gangster. Disposta a tutto pur di non rinunciare alla sua via in libertà, pur di disfarsi della giovane avversaria, Ginny, preda degli assalti dell’emicrania e della più nera disperazione, arriverà alla fine a compiere un gesto tanto disumano quanto insensato, che non le varrà nulla se non un rimorso costante da annegare nell’alcool. Un gesto mostruoso? Forse sì, anzi sicuramente, ma condannare Ginny è impossibile: non è orrore quello che suscita nello spettatore, bensì un’infinita tristezza, la tristezza del gesto di chi, mentre affoga, per cercare di mettersi in salvo tira a fondo anche il proprio vicino.
È proprio questa disperazione che vuole raccontarci Woody Allen, tornando ancora una volta a parlaci della sua città, New York, per svelarcene deformità e bassezze, per illuminare quella putrefazione insistente che, nascosta sotto un tappeto di luci e maschere, sempre più preme e sempre più deforma, svelando la natura grottesca della fantomatica “età dell’oro”. Una storia qualunque, una storia banale, ma magistralmente raccontata da un regista capace di lavorare sulla teatralità di ogni gesto, di ogni espressione, di ogni dialogo, di ogni dettaglio amplificando, dilatando, esasperando. Un regista capace di tirar fuori dal suo cappello da prestigiatore una Kate Winslet e un Jim Belushi inediti, sovraccarichi, caricaturali, stucchevoli quanto una torta a dieci strati, ma perfetti per ritrarre quell’America così eccessiva, così posticcia, così artificiosa e così piena di stereotipie. Il tocco da maestro lo dà però Vittorio Storaro, con una fotografia mozzafiato che vale da sola il prezzo del biglietto per le sue luci e i suoi colori così nitidi e così crepuscolari, affresco di un’epoca da rivista patinata.

Note di demerito? Forse la retorica alleniana, incapace di rinunciare ad alcuni clichés quasi fossero un monogramma: il personaggio narratore che, in apertura del film, si rivolge allo spettatore, il bambino teppista che dà fuoco allo studio della psicologa, e così via. Ma forse in fondo, sarà un po’ l’età, sarà che ogni artista cita sempre se stesso, è giusto essere clementi e perdonare questi piccoli vezzi che in fondo, diciamocelo, rassicurano gli spettatori fedeli e affezionati.

Monica Cristini

La ruota delle meraviglie

Sceneggiatura e regia: Woody Allen. Fotografia: Vittorio Storaro. Montaggio: Alisa Lepselter. Interpreti: Kate Winslet, Justin Timberlake, Juno Temple, James Belushi, Max Casella, Tony Sirico, Steve Schirripa, Jack Gore, David Krumholtz. Origine: Usa, 2017. Durata: 101′.

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