Si è spento Ermanno Olmi

Era un fuoriclasse Ermanno Olmi, di quelli che facevano la differenza nel silenzio di un cinema rigoroso, tanto nella scelta delle storie da raccontare che nell’applicazione di un teorema linguistico sobrio. Regista di documentari e film di finzione, visionario eppur forte di un’estetica priva di inutili orpelli, aveva esordito già negli anni ’50, quasi per gioco, dopo gli studi superiori (non completati), per documentare la produzione industriale legata alla Edison. Tre fili fino a Milano, Un metro è lungo cinque, soprattutto La diga sul ghiaccio, “genitore” probabilmente del suo primo lungometraggio di finzione, Il tempo si è fermato, che rivela già (o quasi) maturità autoriale. Nella semplicità della gente comune Olmi olmicerca paradigmi universali. Attento osservatore dei mutamenti sociali in corso nell’Italia del boom, nel 1961 entusiasma Venezia con Il posto, pellicola bellissima e per nulla invecchiata, lungimirante nel definire le storture nei rapporti di forza tra dirigenti e dipendenti, ma anche nell’identificare nel mito del posto sicuro una delle grandi illusioni della modernità.
Dalla sua corposa filmografia spicca ovviamente l’epica, e la poetica, del mondo contadino de L’albero degli zoccoli, spaccato di un contesto rurale vivo (nel 1897), ma di cui è già possibile intravedere il tramonto, perlomeno in Lombardia. Girato con non attori impegnati in una sorta di autorappresentazione guidata (come in parte sarà con gli interpreti africani ne Il villaggio di cartone nel 2011), tra dialetto bergamasco e milanese, è un inno alla terra e agli uomini che alla terra appartenevano, che della terra avevano la sostanza, creature simbiotiche legate ai cicli stagionali, i cui affanni umani si mescolavano agli affanni della natura. Il film merita nel 1978 la Palma d’Oro a Cannes. Arrivano poi altri riconoscimenti. Poi il Leone d’Oro veneziano con La leggenda del santo bevitore (dal romanzo di Roth). Nel frattempo aveva fondato Ipotesi Cinema a Bassano del Grappa, una scuola diversa da altri istituti professionali di cinema, diversissima dai programmi del Centro Sperimentale, geograficamente lontana dai luoghi delle produzioni, non ideologica ma dove il linguaggio cinematografico non poteva prescindere dall’appproccio etico, al tempo stesso una bottega artigiana dove praticare più che teorizzare, fondata sul lavoro di squadra e sul confronto.
Senza mai interrompere l’infaticabile lavoro di documentarista, il nuovo secolo per Olmi si apre con un film magnifico, forse il più allucinato, un incubo storico che turba anche dopo la prima visione, Il mestiere delle armi, ovvero gli ultimi giorni di Giovanni delle Bande Nere, soldato di ventura convinto sostenitore del Papa e della Chiesa come detentrice del doppio potere, spirituale e temporale. Tutta la seconda parte del film, quando la macchina di Olmi gira attorno al capezzale di Giovanni, è un saggio di cinema e un’emozionante compassionevole sguardo sulla morte e la solitudine di chi lascia la vita. Uno sguardo di cui sentiamo già la mancanza.

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