Terra e libertà: provaci ancora Ken

Una cartolina illustrata da una guerra che non c’è più

L’impietoso giudizio di Jean-Luc Godard (“Una inutile cartolina illustrata”) è quasi sin troppo tenero con Terra e Libertà, l’ultimo parto di Ken Loach, quando si esamini questo film anche per la sua valenza politica: una lettura alla quale costringe non solo l’argomento del film (la guerra di Spagna, i conflitti interni al fronte anti-franchista e anti-fascista delle Brigate internazionali), ma la stessa filmografia del regista inglese, per il quale il cinema è un affilato bisturi con cui mettere a nudo le contraddizioni dell’esistente attraverso la rappresentazione delle dolorose lacerazioni individuali che ne discendono (Family Life, Riff Raff, Piovono Pietre, Ladybird Ladybird).
La responsabilità politica di questo regista è tanto più importante in quanto il suo cinema riesce a raggiungere il grande pubblico con e nonostante un discorso eminentemente politico, uno sguardo sociologico, tramite una cinepresa che aderisce al reale con sapienza analitica e voluttà insieme (in questo senso Ladybird Ladybird è esemplare). Nel caso di Terra e Libertà, trattandosi di un film storico, la responsabilità è doppia: nei confronti del passato, per i riverberi che ha tutt’ora sul nostro presente, e nei confronti del presente, ove l’impatto del film – soprattutto per il modo in cui si esercita – va valutato anche nei termini di opportunità politica.
Il modo in cui Loach formula il suo messaggio è, ancora una volta, pagante: il film ha tutti i requisiti per risultare un trionfo al botteghino e per suscitare passioni: vi troviamo il classico dilemma dovere/amore, una manichea riduzione della complessità storica all’antinomia stalinisti/trotzkisti, il travaglio politico e la scelta di campo (del miliziano comunista nordamericano che passa dalle milizie del Partito Operaio di Unificazione Marxista ai comunisti sovietici) che diventa un tradimento. Bisogna certo riconoscere al film le sue qualità. E’ indiscutibile la bravura con cui Loach riesce a far digerire al suo pubblico la lunga e mirabile sequenza in cui i miliziani discutono la collettivizzazione delle terre, dove il confronto politico si fa concreto e vivissimo, traducendosi nella lezione (quanto necessaria oggi!) che la storia è un prodotto delle donne e degli uomini e che la realtà è plasmabile dalla loro volontà. E che si tratti ancora una volta di un film anche provocatorio, non c’è dubbio e lo mostrano bene le discussioni che ne hanno accompagnato l’uscita: ma non riesco a disfarmi dell’impressione che questa volta Ken Loach abbia sbagliato il bersaglio.
La reazione emotiva di condanna che Terra e Libertà suscita contro i comunisti guidati da Mosca o l’impressione, a un secondo grado di lettura, secondo cui furono le divisioni interne e la repressione staliniana delle componenti trotzkiste e anarchiche (peraltro confuse in un’unica entità nella rappresentazione data nel film) a determinare la sconfitta del fronte repubblicano e antifascista in Spagna, sono reazioni e impressioni con cui il film suggella troppo sbrigativamente un momento importante della storia contemporanea, venendo oltre tutto ad assecondare la liquidazione in atto di ogni progettualità socialista e di ogni prospettiva utopica alternativa rispetto all’esistente.
Qualora intendesse presentarsi come una denuncia dello stalinismo, tale denuncia arriva con almeno cinquant’anni di ritardo. Già l’Omaggio alla Catalogna di George Orwell raccontò i medesimi fatti sotto la medesima angolazione. Oltre a presentare alcune falsificazioni storiche (per esempio l’intervento di volontari delle Brigate Internazionali nel disarmo delle milizie), il film di Ken Loach risulta dunque anacronistico e “inutile” (per riprendere l’aggettivo di Godard). Se l’esito della guerra (e delle penultime sequenze del film) fosse stata una quarantennale dittatura stalinista anziché franchista, il film e il suo potenziale emotivo troverebbero qualche giustificazione.
La stessa composizione delle forze politiche e armate che difendevanola Repubblicacontro il generale Franco appoggiato da Hitler e da Mussolini, era ben più articolata di quanto il film non mostri. Accanto ai Marxisti dissidenti del Poum, la cui alleanza con gli anarchici della Cnt-Fai non era scevra di contrasti, e al partito comunista della III internazionale, troviamo elementi moderati, tanto nel governo repubblicano quanto nelle stesse Brigate Internazionali, la cui ostilità nei confronti dell’avanguardismo rivoluzionario e dell’ utopismo libertario non si smorzava certo nel comune sentimento e impegno antifascista.
I grandi assenti del film sono poi le democrazie occidentali, i governi borghesi, la cui timorosa e interessata passività di fronte all’aggressione fascista e nazista della Repubblica Spagnola costituisce una responsabilità tale, nella caduta della Repubblica e nel corrispondente rafforzarsi della potenza e dell’arroganza delle dittature tedesca e italiana, che di fronte ad essa il peso storico dei conflitti che Loach ci racconta hanno un’importanza piuttosto ridotta.

Terra e Libertà non è dunque un film sulla guerra di Spagna, ma sulle lotte intestine che lacerarono e indebolirono il socialismo oppure sui compromessi con la storia (con la realpolitik) con cui ogni utopia deve prima o poi fare i conti.
Ma allora occorre considerare che Terra e Libertà  viene ad interagire con un presente ove comunque da tempo si celebra la definitiva vittoria della società liberista sul socialismo ed è idea diffusa che ogni categoria ideologica alternativa debba ritenersi esaurita di fronte alla mondializzazione del mercato e del primato dell’economico sul politico. Come non condividere allora il giudizio dello scrittore Manuel V. Montalbàn (cfr. “Il Manifesto”, 24.9.95) – più severo assai di Godard – secondo cui: “Questo bellissimo film ha qualcosa dell’analisi di una rivolta in Jurassic Park: analisi strumentalizzabile dal fronte neoliberale, che sostiene cinicamente l’inutilità di ogni rivoluzione ‘perché divora i propri figli’”?
Una cartolina, quindi, più che inutile, alquanto insidiosa.

di Daniele Christen

(Pubblicato sul n°0 della versione cartacea, ottobre 1995)

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