SPECIALE The Square

the-square-2017posterIl nuovo film dello svedese Ruben Östlund ha vinto la Palma d’oro a sorpresa all’ultimo festival di Cannes, qualche tempo fa sarebbe bastato questo premio per riempire le sale e scrivere parole su parole sui giornali, oggi sono tempi diversi e, nonostante il film ponga dubbi importanti sulla nostra società, uscirà in pochi cinema e non se ne parla quasi per niente. Addirittura l’anteprima stampa era pressoché deserta, questo è sintomatico.
La trama è lunga ma è necessario scrivere qualche parola in più per entrare nel mood del film: Christian (Claes Bang) è il direttore del più importante Museo d’arte contemporanea di Stoccolma, un giorno gli vengono rubati telefono e portafoglio in maniera alquanto ingegnosa: una donna gli corre incontro, spaventata a morte per via di un uomo che la insegue e che, a suo dire, la vuole uccidere. Mentre Christian si prepara a prendere le difese della povera sciagurata, gli si avvicina un complice che lo “supporta” in questa difesa, e in questo modo riesce tranquillamente a compiere il furto. Tornato in ufficio Christian è profondamente sconvolto ma anche divertito dal furto subito: usa la app “Trova il mio telefono” per rintracciare il cellulare e, una volta capito che si trova in un palazzone della periferia di Stoccolma, decide di escogitare lui stesso un piano per recuperarlo. Nel frattempo il Museo decide di realizzare una mostra su The Square, l’installazione di un’artista argentina, uno spazio chiuso in cui le persone sono chiamate a thesquarecomportarsi in modo responsabile. Mentre la ricerca del telefono si complica, Christian è occupato da amene interviste e altre incombenze relative alla nuova mostra, soprattutto gli serve una strategia moderna per la comunicazione sui social media che serva per rinnovare un po’ il pubblico del museo.
Su questi due piani, personale e pubblico, Ostlund sviluppa un film delirante pieno di humour nordico, freddo e incisivo, ma capace di toccare corde importanti per l’equilibrio della nostra società. Per questa capacità di abbinare comicità e dramma in molti a Cannes lo hanno paragonato allo straordinario Toni Erdmann, il film di Maren Ade che ha vinto premi su premi l’anno scorso. E sono d’accordo anch’io, anche se The Square viaggia su più piani narrativi. Il bersaglio di Östlund, già autore del bel Forza Maggiore un paio di anni fa, è il politicamente corretto in cui ci siamo cacciati. Sul tema è memorabile tutta la campagna di comunicazione del museo con i due giovani e rampanti esperti di comunicazione digitale che decidono di lanciare un video “ad effetto” per incrementare le visualizzazioni su YouTube (non anticipo il contenuto del video perché è uno dei punti più the-square-2017geniali del film), la comunicazione “scorretta” permette di fare un boom di visite, ma questo crea più problemi di quelli che risolve, soprattutto a Christian. È interessante tutta questa vicenda che ragiona sulla cosiddetta libertà d’espressione, e su questo punto il regista svedese fa centro: la critica portata avanti è aspra e cattiva, parla di Arte Contemporanea ma potrebbe parlare di tutte le arti. Pensando al nostro piccolo mondo del cinema, penso al documentario soprattutto, quanti sono i film perbenisti, “giusti”, spesso vittoriosi, che inondano i festival? Troppi sicuramente. Non è l’unica situazione grottesca del film, ci sono altri momenti straordinari di ilarità pazzesca: tutta la spassosa scena a letto tra Christian e la giornalista americana (la scena del preservativo) e il q&a con l’artista al museo che viene interrotto innumerevoli volte da un volgare spettatore con la sindrome di Tourette. Sono due momenti comici, davvero favolosi, che però fanno perdere il focus della vicenda. Allo stesso modo è da ricordare la scena cult del film che vale la pena di descrivere: il museo offre una grande cena alla celebrità e agli sponsor, la star dello spettacolo è Oleg, un artista che impersona una scimmia. L’intrattenimento post-cena sarà fornito da Oleg che salirà sui tavoli – urlando e grugnendo, grattandosi e colpendo i commensali – con gli ospiti inizialmente divertiti dallo spettacolo anticonformista ma che a poco a poco inizieranno a essere increduli e impauriti. Una scena presa dal teatro della crudeltà che inquieta davvero, un’operazione degna di un grande regista che però forse nasconde una debolezza. Tutti i commensali appaiono per la prima volta in questa scena, Christian è forse l’artefice della scelta di Oleg, ma è anche spettatore dello rappresentazione, è come se Östlund con questa scena perda le coordinate della narrazione.
È forse questo il limite del film, Östlund non riesce a far convogliare il tutto verso un unico punto, filma uno spettacolo pieno di stranezze, ma allo stesso tempo la satira audace e surreale perde spesso la messa a fuoco, sono forse sono troppi i bersagli (il politicamente corretto, il razzismo, l’arte e la sua comunicazione, le nostre paure, il perbenismo di tutti noi, la società tutta?) e qualcuno non è proprio centrato. Comunque il film rimane una fotografia del mondo contemporaneo cruda e per nulla confortante, anche perché, come era prevedibile, dalle risa iniziali si arriva a un epilogo inquietante.

Anche formalmente il film ogni tanto svolazza, ci sono scene di un rigore alla Roy Andersson (tanto per rimanere in tema di registi svedesi) e altre invece che sembrano un po’ buttate lì, ad esempio l’uso della camera a mano nella scena del palazzone di periferia. Ma questo ribaltamento continuo è curioso, questo suo perdere il centro è forse la forza stessa del film, questa sua forma alterna e il cambiare registro, col comico e il tragico che si mischiano, è probabilmente nell’idea di Östlund, una rappresentazione della nostra società. Infatti, è bene dirlo, noi tutti siamo ben lontani dall’essere The Square, e il film infatti deborda i lati di un quadrato, e ci porta in terreni sconosciuti.

Claudio Casazza

Lo stato dell’arte

È passato esattamente un secolo da quando quel genio anarchico di Marcel Duchamp espose un orinatoio capovolto, intitolandolo Fontana. duchamp-fontana-descrizioneFu una rivoluzione senza precedenti nella storia dell’arte, che inaugurò quel magmatico e in realtà indefinibile filone noto come arte contemporanea. Anni dopo giunse Piero Manzoni che al posto dei cessi usava la merda, debitamente inscatolata e venduta a peso d’oro. Era forse un inconsapevole meccanismo di difesa, che l’artista milanese inscenava in risposta al pensiero dei più, secondo il quale il contemporaneo è una merda. Manzoni dimostrava, maieuticamente, che se l’arte è merda e l’arte si vende, allora anche la sua merda poteva essere venduta. Oggi i toni polemici si sono smorzati, gabinetti e fluidi corporali sono passati di moda con gli Azionisti Viennesi, il tema è un altro: il bluff. È una parola perfetta, perché concisa come i ready-made di Duchamp, convenzionale e un po’ ipocrita come una cena tra parenti. La differenza tra ieri e oggi, cioè tra Duchamp e quello che ne è venuto dopo, è che il bluff compiaciuto si è trasformato pian piano in un’istituzione museale, qualcosa di sacro, aulico, paragonabile alla ricerca del sublime nei maestri antichi, o al sovversivo delle rivoluzioni meramente estetiche di cui il Novecento si è fatto alfiere suo malgrado. Allora il regista svedese Ruben Östlund si interroga sul ruolo dell’istituzione (il Royal Museum di Stoccolma, ma in realtà potrebbe trattarsi di un qualsiasi altro polo), dove l’oggetto artistico si è per così dire fossilizzato tra le sue stanze tutte uguali, tutte bianche, tutte asettiche. Come quelle di una clinica. Che cos’è oggi il museo? Quale sarà il suo ruolo per l’immediato futuro? E soprattutto, ha ancora senso conservare l’arte nei musei come Manzoni conservava i propri escrementi? Il giudizio è impietoso, perché ciò che lo spavaldo curatore della struttura spaccia come nuovo (moderno, contemporaneo, post-moderno…) è esattamente ciò che il mondo dell’arte già produceva circa mezzo secolo addietro. Gran parte delle intuizioni di The Square non sono per niente dissimili da ciò che quel buontempone di Giuseppe Panza esponeva permanentemente nella sua omonima villa-museo: mucchi di terra alla Meg Webster, scritte fluorescenti che squaregalleggiano nel white cube sorvegliate da annoiate guardiane di mezza età, la cui unica funzione è avvisare i gentili visitatori che non è permesso fotografare le opere. Nel museo immaginato di Östlund ci sono anche le sedie semoventi, che non sono di Kosuth ma ad esse si ispirano proprio come la gag di Aldo Giovanni e Giacomo sulla sedia e la rappresentazione del concetto di “sedietà”. È però The Square, il quadrato, l’opera più importante dell’argentina Lola Arias, così importante da meritare una personale che scomoda stampa, social media e opinionisti: un quadrato alla Dan Flavin disegnato con i neon che delimita “un santuario di fiducia e altruismo. Chi è al suo interno condivide gli stessi diritti e gli stessi doveri”. Diritti e doveri, ovvero l’idea più profonda di socialdemocrazia svedese dove, per parafrasare il Roy Anderson di un altro nobile Leone d’oro veneziano, Un piccione seduto su un rame riflette sull’esistenza (2014), tutti stanno bene, sono felici e realizzati anche se non è sempre così.
È per questo che il curatore di The Square, il rampante Christian, non si tira certo indietro quando un innocuo passante gli chiede di aiutarlo a proteggere una ragazza in fuga dal fidanzato violento. L’unione fa la forza, peccato che i tre, la ragazza in fuga, il fidanzato violento e lo stesso innocuo passante, si rivelino i complici di una rapina che miete il portafoglio, il cellulare e persino i gemelli da polso della sua vittima. Quattro persone coinvolte, proprio come i vertici del quadrato al cui interno chiunque può chiedere di essere aiutato. Il quadrato sterilmente conservato nel museo diventa specchio inconsapevole della nostra esistenza, sempre più atomizzata e diffidente del prossimo, dove basta un’eccezione alla regola, un po’ di fiducia accordata allo sconosciuto, ed ecco che ti fai fregare. Siccome ogni azione determina delle conseguenze, il curatore chiede aiuto al suo dipendente, che appronta un piano tanto astuto quanto infantile per riappropriarsi del malloppo. Questo provoca però un’ulteriore catena di eventi collaterali, vertici di un quadrato che ne contiene un altro che ne contiene un altro ancora, metafora in divenire dell’opera concettuale di Lola Arias: quadrati replicati, clonati, riprodotti sui freddi acciottolati degli spazi espositivi. Il quadrato è la nostra semiosfera, e lo troviamo tutt’attorno a noi: la tromba delle scale, lo spazio interno di un centro commerciale, le piazze, le stanze di un museo, tutti luoghi dove resta inascoltato il fragoroso grido dei bisognosi. Loro, che sono il centro del quadrato, attendono pietosi l’effetto demiurgico dell’operato dell’artista, che però resta lì, sepolto tra il pubblico decrepito e inamidato del museo.
merdaL’arte non ha più una funzione sociale (sempre che l’abbia mai avuta), non è marxista, non è socialdemocratica anche se la si fa in Svezia, di certo non è più anarchica come ai tempi di monsieur Dada. Perché quando lo diventa, fa paura proprio come il video pubblicitario di due giovani conceptual designer, complici di un terremoto mediatico che mina la dignità stessa del polo espositivo; o come la performance del video artista Oleg, che irrompe a un festino di finanziatori del museo fingendosi un gorilla. Salta, urla e scimmiotta i presenti, rubacchiando un tovagliolo, rompendo un bicchiere, afferrando una bella commensale per i capelli e trascinandola come un primitivo per il pavimento, fino a quando la reazione dei benpensanti si fa scontata: lo scimmione finisce ramazzato, e così la nostra ansia dell’arte che si fa ingestibile perché priva di forme di contenimento. Eppure l’arte, perché sia presa sul serio, perché torni a essere anarchica e possa farsi promotrice di un cambiamento umano e sociale, deve uscire dall’istutizione, deve invadere le nostre vite, in poche parole deve farci incazzare. Senza reazione non c’è arte perché non c’è vita. E se l’arte è merda, è anche vero che dal letame nascono i fiori, quindi il contemporaneo, come avevano già intuito Manzoni e prima di lui Duchamp, è la santificazione degli escrementi, il trionfo del corpo sulla mente, la liberazione dell’istinto sulla ragione. L’arte non è più ciò che pensiamo, ma quello che facciamo.

Marco Marchetti

The Square

Sceneggiatura e regia: Ruben Östlund. Fotografia: Fredrik Wenzel. Montaggio: Jacob Schulsinger. Interpreti: Elisabeth Moss, Dominic West, Claes Bang, Terry Notary, Linda Anborg, Annica Liljeblad. Origine: Svezia/Germania/Francia/Danimarca, 2017. Durata: 145′.

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