Thelma

thelma1La Norvegia. Le campagne innevate, gli alberi ricoperti di ghiaccio, il fiato che lento e inesorabile si condensa attorno alle bocche affaticate dei suoi viandanti. Un padre porta la figlioletta a caccia ma, appena il manto di un cervo emerge fiero e inaspettato in quel deserto bianco, capiamo che non è all’animale che l’uomo mira. Il momento di follia dura soltanto un istante, ma è proprio in quell’istante che gli sguardi dell’adulto e dell’infante si incrociano: lui comprendendo il Male attraverso gli occhi di lei; lei intuendo la disperazione per mezzo dell’esitazione di lui. Forse è per questo incipit che il New York Magazine ha scomodato l’almanacco del cinema che fu, quello di Bergman che incontra De Palma, giusto per trovare un addentellato, un aggancio con la cultura alta ed elevatissima, di fronte alla quale non si può giacere che in muta contemplazione. L’interesse suscitato dalla pellicola di Joachim Trier, norvegese non imparentato con il collega di Danimarca, forse affonda la sua ragion d’essere in questo aulico paragone. Ed è proprio per tale aspettativa, caldeggiata, rafforzata ed esportata dall’oleosa industria dei festival, che anche noi di Cinequanon, altrimenti bravi e attenti al cinema di qualità, siamo qui a parlarne. Sì, perché questo Thelma, che come la Carrie del già citato De Palma prende il nome della protagonista (Eili Harboe), è una cosuccia soltanto alla lontana imparentata con le antiche tradizioni della classicità, da cui mutua vaghissime suggestioni ma certo non l’impianto generale. Per esempio una ragazza, in età di studi universitari, che sin da bambina possiede inquietanti doti preternaturali. Non la telecinesi, non la chiaroveggenza, ma qualcosa che ancora non è entrato nel linguaggio dei maghi e dei veggenti, cioè la facoltà di far scomparire e ricomparire le persone. Smaterializzazione. Teletrasporto.

thelma2Com’è ovvio, le manifestazioni dell’Arcano sono indipendenti dalla volontà di lei, e si scatenano così, semmai per un capriccio, un ghiribizzo dell’inconscio, un turbamento improvviso dei moti d’animo. Thelma viene da una famiglia cristiana, ma non fondamentalista, soltanto fredda, distaccata, incapace di elaborare una dimensione affettiva della genitorialità. Quando comincia a frequentare il corso di biologia, ecco che le facoltà mediane di cui è dotata danno (di nuovo) segni di sé, dapprima sotto forma di attacchi epilettici, sempre più nervosi e violenti, allora come catalizzatori di energie non misurabili, che fanno impazzire gli uccelli, favoriscono peccaminose visioni di serpenti, illuminano pelli e corpi di surreali venature d’oro. Motivo di tutto ciò pare essere l’amichetta di studio con cui, nel rispetto delle mode d’oggi, la Harboe intreccia una relazione saffica. Trier lavora sull’intreccio, ne subordina la fabula per invertire, spostare, innestare apparenti déroulement che scavano nell’infanzia della sua protagonista, che pescano movimenti e sentimenti lungamente rimossi. Purtroppo la sua visione delle cose (e del cinema) non gratta oltre la superficie, si ferma appena lì, abradendo e mordicchiando, ma senza immergersi, espandere, approfondire. Thelma è allora un film-concetto, un’idea non elaborata, che resta nel limbo, ruvida come una pietra in attesa di levigazione. Da Carrie, Trier mutua la fede, ma non quella con la effe maiuscola, che fa tremare, offende e divide, ma quella moderata, di chi non odia, ma nemmeno ama se non le forme, le apparenze, le convenzioni. Anche il rapporto tra Thelma e i compagni non risente di bullismo, di contraccolpi, di affondi di spada: tutto è come dovrebbe essere, ognuno è buono, educato, insomma privo della capacità di agevolare il Male, la tenebra. In tutto questo il regista allunga il metraggio, riempie con scene noiose (il lunghissimo e inutile ricovero in ospedale), altre interessanti (il rapporto conflittuale tra Thelma e il fratellino), ma senza dialettica, senza incontro e felice soluzione. Resta allora, alla fine delle quasi due ore di visione, la sensazione di un film monco, pieno di fili non annodati che penzolano nel vuoto generando lo stesso senso di spaesamento della giovane protagonista.

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Che cos’è Thelma? Un film sul bullismo e su come questo possa generare nevrosi destinate a sicura deflagrazione? Un film sui fondamentalismi? Una riflessione sull’incomunicabilità o sul disagio giovanile? Niente di tutto questo: Thelma è troppo ordinaria perché le sue azioni generino empatia, la sua famiglia non è abbastanza malata per suscitare ribrezzo, i compagni e gli amici talmente normali da apparire persino fastidiosi.  Un dato è sicuro: Thelma non è Bergman, e tanto meno De Palma.

Marco Marchetti

Thelma

Regia: Joachim Trier. Sceneggiatura: Eskil Vogt, Joachim Trier. Montaggio: Olivier Bugge Coutté. Fotografia: Jacob Ihre. Interpreti: Eili Harboe, Okay Kaya, Ellen Dorrit Dorrit Petersen, Henrik Rafaelsen. Musica: Ola Flottum. Origine: Norvegia, 2018. Durata: 116′.

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