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Ad Astra

ad-astra_cinemaAlla ricerca di un padre perduto ai confini del nostro sistema solare. Questo in sintesi il tema predominante del film di James Gray, apprezzato regista di Little Odessa, I padroni della notte, C’era una volta a New York e Civiltà perduta.
Siamo in un futuro prossimo, dove antenne alte chilometri attraversano l’atmosfera, su Luna e Marte esistono colonie di umani e viaggi alla velocità della luce hanno permesso missioni esplorative oggi impensabili. Ma proprio dallo spazio profondo un campo elettrico sta minacciando la sopravvivenza della Terra. Pare arrivi da Nettuno dove, ventinove anni prima, il pioniere spaziale Clifford McBride (Tommy Lee Jones) si è avventurato con altri astronauti per cercare prove di vita aliena. Il figlio Roy (Brad Pitt), che ha i gradi di maggiore, viene ingaggiato per tentare di risolvere il problema. Scaricato dall’agenzia spaziale perché ritenuto emotivamente troppo coinvolto, riesce a salire sulla nave che lo porterà verso il padre che credeva morto.
Odissea spaziale, cronaca di un viaggio che vorrebbe essere di andata e ritorno, ma che potrebbe essere di sola andata, Ad Astra vive della adastratensione psicologica di un figlio pronto a tutto per ritrovare il padre che pensava defunto e da cui vorrebbe risposte: prima di tutto comprendere i motivi che lo hanno portato a perdersi nel tempo e nello spazio rinunciando alla famiglia; poi – o forse prima – capire, di fronte al padre, se la fuga nello spazio non sia una fuga esistenziale.
Gray affronta lo spazio con lo spirito con cui ha affrontato la foresta amazzonica in Civiltà perduta, consapevole cioè di un immaginario che lo precede e che lo chiama a una sfida sul piano visivo ma anche concettuale, perché i modelli di riferimento sono alti, da 2001Solaris, da Interstellar a Gravity. Ci riesce? A tratti: suggestioni originali si mescolano a teoremi già sentiti. C’è qualche buona idea, l’inizio è magnifico con le vertigini di un pugno di uomini arrampicati su antenne che tagliano il cielo e pungono lo spazio oltre l’atmosfera sbalzati da un guasto causato dal campo elettrico. Tra questi anche Roy, che ovviamente si salva, preambolo al viaggio classico dell’eroe. Racconto da manuale, senza dubbio, l’avventura di Roy si trasforma presto in un viaggio interiore, quasi una seduta di analisi alla ricerca del bambino abbandonato per poter fare i conti con un padre in fuga. Una resa dei conti che però deve confrontarsi con echi lontani, di un cinema a cavallo tra anni 60 e 70, quando la fantascienza diventava adulta con Kubrick e Tarkovskij, e generava anche seriali con sottotracce filosofiche (Spazio 1999, a cui poi guarderà il film di Duncan Jones Moon). Se la Luna non è più romantica nella solitudine di basi spaziali, ma un suolo infestato da predatori fuggiti da Mad Max; se i primati minacciano ancora la razionalità dell’uomo evoluto, fino a sbranarlo in orbite extra-terrestri; in fondo, c’è ancora la domanda seduttiva su un altrove e un Altro inconoscibile, a giustificare lo sguardo interrogativo nel vuoto (offuscato ai limiti del sopportabile da una retorica meccanicamente religiosa), probabilmente a esercitare seduttivamente un ritorno al nulla, il lasciarsi alla deriva proprio come in Gravity, ma – ahimé – senza epica.


Grey alterna momenti di azione ad altri in cui il viaggio diventa sogno (o incubo), quando affiorano in Roy i turbamenti del bambino. Allora anche lo spazio acquista i contorni di uno scenario sublime, magnifico e terribile, spazio della libertà assoluta e al tempo stesso soverchiante gabbia per solitudini in fuga. Come Clifford, forse come Roy. E se ci sia altro o no poco importa, perché il problema è, ancora una volta, chi è l’uomo.

Vera Mandusich

Ad Astra

Sceneggiatura e regia: James Grey. Fotografia: Hoyte van Hoytema. Montaggio: John Axelrad, Lee Haugen. Musiche: Thomas Newman. Interpreti: Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland, Liv Tyler, Ruth Negga, Greg Bryk, Lisa Gay Hamilton, Kimberly Elise, Jamie Kennedy, John Ortiz. Origine: USA, 2019. Durata: 124′.

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