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Arte e racconto. L’equivoco barocco tra Garrone e Sorrentino

Al netto di tutte le discussioni e le polemiche del caso, c’è un equivoco che aleggia e che ci perseguita da quando abbiamo visto, in rigoroso ordine alfabetico, gli ultimi film di Garrone e Sorrentino. Il barocco è la nostra fortuna o la nostra dannazione?
youth-la-giovinezzaIn un paese che dell’eccesso retorico sembra fare ogni giorno la sua bandiera, probabilmente un misto di ignoranza e senso di colpa ci fa abiurare il barocco in favore del classico. Quasi che il primo fosse sinonimo di cattivo gusto e il secondo il simbolo stesso del proverbiale stile italiano, quello da esportazione. La condanna del barocco, a partire dal Settecento, ebbe spesso i caratteri di una vera e propria rimozione: un tentativo di rinnegarlo che rivela, però, anche l’impossibilità di distaccarsene del tutto. Ha un bel parodiare l’ampollosa prosa secentesca Manzoni, che nel secolo del barocco ambienta il suo romanzo, ma è difficile non vedere nel Cinque maggio il ricorrere di stilemi, immagini e temi d’ascendenza sicuramente barocca.
Anche la via maestra del nostro cinema (e di buona parte della letteratura novecentesca) ha visto una negazione del barocco a favore del classico, sotto le spoglie, talora mentite, del neorealismo, non a caso altro marchio di fabbrica e da esportazione del Belpaese.
E qui veniamo al punto: Matteo Garrone sceglie di trasporre sullo schermo alcuni racconti del Pentamerone di Giambattista Basile, capolavoro del barocco napoletano, e quindi del barocco tout-court. Opera di acutissimo stile certo, ma anche di grande sostanza narrativa, comeil-racconto-dei-racconti-giovane il Decamerone con cui si confronta (la recente versione cinematografica dei fratelli Taviani non fa testo per manifesto tradimento dello spirito boccacciano). Garrone, dal canto suo, gioca a togliere, a dare una veste classica (il gusto per la simmetria è evidente) alla materia fiabesca. Il regista ha tratto partito dalla coproduzione internazionale per girare un film che sa dare vita alle novelle seicentesche, cogliendone l’universalità che è in tutte le fiabe ed esaltandone sullo schermo il lato fantasy. Non a caso, dai racconti di Basile trassero ispirazione anche i romantici fratelli Grimm, la cui influenza sull’immaginario cinematografico hollywoodiano non necessita di essere dimostrata.
Fatichiamo, invece, non poco a capire, sul piano estetico, la scelta internazionale fatta da Paolo Sorrentino (napoletano come Basile) per Youth. Qui di barocco non c’è, apparentemente, nulla, eppure alcuni elementi che convenzionalmente sono ricondotti all’estetica barocca si ritrovano eccome: il film assomiglia fin troppo a un gioco di specchi, in cui tutto si scorge tranne che il riflesso di una trama solida, di un racconto strutturato. La metafora – figura centrale del barocco letterario – è l’architrave anche di Youth. Ma se i poeti secenteschi puntavano esplicitamente alla meraviglia, Sorrentino predilige la metafora pensosa, che dovrebbe indurre alla meditazione più che al diletto. Tra corpi disfatti a mollo nelle vasche termali, il sosia di Maradona che palleggia con le palle da tennis, il monaco buddista che levita, l’attore che prova la parte di Hitler a colazione, Miss Universo che si spoglia (artisticamente) per entrare in piscina, la storia principale dei due vecchi artisti che si possono permettere il lusso di trarre bilanci a cinque stelle (il pacchetto del regista comprende anche i giovani sceneggiatori al seguito e le visioni felliniane sul prato) si perde, rifratta in mille quadretti in cui la concettosità fa a gara con lo sprezzo del ridicolo.
youthDiceva Benedetto Croce, napoletano d’adozione ed estimatore del Pentamerone, che giudicava “il più bel libro italiano barocco” e che tradusse in lingua nel 1924: «Il barocco, checché ne dicano i suoi odierni estimatori, è insopportabile quando è fatto sul serio, pesante e vacuo al tempo stesso, e diventa non solo tollerabile, ma piacente e festoso, quando è percorso da un lampo di malizia, avvivato da una fontanella di buon umore». Probabilmente, la contrapposizione tra classico e barocco è meno ideologica di quanto si creda. Quando si pensa al barocco, si pensa a un eccesso di fronzoli, orpelli, infiorettature, a un amore per i particolari a discapito dell’insieme, alla mancanza di un ordine narrativo rigoroso a favore di un procedere digressivo e frammentato. Di certo gli eccessi in questo senso non mancano. E però il vero stigma di quella che approssimativamente chiamiamo arte non consiste nell’adozione di una forma, ossia in una scelta di stile, ma nella capacità di dare sostanza alla forma attraverso uno stile.
Personalmente abbiamo riflettuto di più sulla giovinezza grazie alla storia delle due vecchie del Racconto dei racconti (quella che non è ringiovanita miracolosamente sceglie di farsi scorticare pur di assomigliare alla sorella) che non gustandoci le due orette di metafore argute e immagini manierate di Youth. Ma è bene che l’equivoco continui ad aleggiare: il barocco è la nostra fortuna o la nostra dannazione?

Roberto Mandile

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