Berlino 2017

Berlinale 67: Orso d’Oro a Ildiko Enyedi

Ogni volta Aki Kaurismaki sembra a un passo dalla vittoria in un grande festival e ogni volta si deve accontentare di un ripiego, quando non resta del tutto a bocca asciutta, come a Cannes 2010 con il magnifico Miracolo a Le Havre. Il regista finlandese, con un’altra favola sulle orsodoromigrazioni The Other Side Of Hope, che sarà nelle sale italiane ad aprile, si è dovuto accontentare dell’Orso d’Argento come miglior regista al termine del 67° Festival del cinema di Berlino. A parte questa non trascurabile pecca, la giuria presieduta dall’olandese Paul Verhoeven ha però scelto abbastanza bene, consegnando l’Orso d’Oro all’ungherese On Body And Soul di Ildiko Enyedi e distribuendo i premi in maniera per lo più condivisibile. L’ottimo ritorno della cineasta dopo 18 anni (da ricordare Il mio XX secolo, Tamas e Juli e Simon Magus, ha convinto tutti: ha fatto tripletta ricevendo anche il premio della giuria ecumenica e il Fipresci della stampa internazionale. Sia la magiara sia Kaurismaki raccontano di due personaggi che si incontrano in maniera non usuale ed entrambi usano l’ironia con dovizia e mestiere. Il film vincitore si svolge in un grande macello. Un direttore e un’addetta al controllo qualità con contratto temporaneo si incrociano a mensa e si ritrovano nei sogni, letteralmente: entrambi nella fase onirica sono cervi nella stessa foresta che bevono allo stagno. Sarà un imprevisto, un’indagine interna con colloqui dallo psicologo, a far venire a galla questa comunanza e far avvicinare le due solitudini. A Helsinki invece un giovane, fuggito rocambolescamente dalla Siria dopo aver perso tutto, e costretto a nacondersi, si imbatte in un uomo di mezz’età che sta ricominciando da zero, dopo aver mollato moglie e lavoro e rilevato un ristorante. Kaurismaki mette forse da parte un po’ di disillusione e prova a cercare una speranza, ma sempre dall’altra parte, come si evince dal titolo. Ci sono due mondi e due sogni a confronto, il regista mette tanto cuore verso chi ha bisogno e spera nell’empatia dello spettatore. Applauditissimo, il regista di Nuvole in viaggio, Vita da bohéme, L’uomo senza passato, si è alzato in piedi a ringraziare, ma non è salito sul palco a ritirare il premio, costringendo direttore del festival, presentatrice e giuria a scendere in platea per consegnargli la statuetta nel divertimento, nella sorpresa e nell’emozione generali. Del resto il geniale Kaurismaki non è nuovo ai fuori programma.
Del tutto inatteso, ma pienamente meritato, il Gran premio della giuria attribuito a Félicité del senegalese Alain Gomis: l’energia di una Germany Berlin Film Festival 2017cantante congolese (trascinante l’interpretazione di Vero Tshanda Beya) che fa di tutto per pagare un delicato intervento chirurgico al figlio. È anche il ritratto di un’Africa che non si arrende, che non intende migrare e ha sogni semplici che non riusciamo più a capire, come un frigorifero o un ventilatore che funzionino.
L’Orso d’Argento Alfred Bauer per l’innovazione è andato a Pokot dell’esperta Agnieszka Holland (suoi tra gli altri Europa, Europa e In Darkness), a conferma di un palmarès dai capelli più grigi del solito per una Berlinale sempre attenta ai nuovi talenti. L’autrice polacca ha portato un teso thriller in una zona di montagna isolata, protagonista una donna, ingegnere appassionata di astrologia in pensione, alle prese con l’improvvisa scomparsa del marito.
L’Orso per il miglior attore è stato aggiudicato al tedesco Georg Friedrich per Bright Nights: il consueto riconoscimento a un film di casa, meritato più dall’interprete (un uomo che cerca di riconquistare il rapporto con il figlio quattrordicenne durante un viaggio in Norvegia per un funerale). L’Orso per la miglior attrice ha preso la strada della Corea del sud, nelle mani della brava Kim Minhee per On The Beach At Night alone di Hong Sang-Soo. Il prolifico autore orientale ha portato un’altra variazione sul tema dell’amore, della recitazione e dei casi della orso argentovita, un lavoro ispirato solo in alcune scene, ma interpretato in maniera convincente dalla protagonista. Ignorati gli altri due asiatici, che pure avrebbero meritato qualcosa, Mr Long di Sabu e l’animazione cinese Have a Nice Day. Il deluso della serata è però il romeno Peter Calin Netzer, già Orso per Il caso Kerenes, si è dovuto accontentare del miglior contributo tecnico per il montaggio, componente sicuramente lodevole di Ana mon amour, un film pulsante e sincero, delicato e spietato, che avrebbe meritato anche uno dei premi maggiori. Unica nota stonata della serata l’Orso per la sceneggiatura al cileno Una mujer fantastica di Sebastian Lelio (noto per Gloria, premiato proprio a Berlino con la protagonista Paulina Garcia), uno dei più scontati della competizione.
Si chiude così un’edizione tutto sommato buona, meglio di quanto non apparisse sulla carta, senza troppe delusioni in competizione se non The Dinner di Oren Moverman, lo stesso Lelio e in parte l’inaugurale Django. Fuori concorso sono passati alcuni lavori interessanti che arriveranno nelle sale, come Final Portrait di Stanley Tucci con Geoffrey Rush sopra le righe nei panni dell’artista Alberto Giacometti, Sage femme di Martin Provost, con la coppia Catherine Frot e Catherine Deneuve all’insegna degli estremi e delle scintille, e pure Logan di James Mangold con Hugh Jackman, come Wolverine nel cinecomic più western classico che si sia visto, nel quale le ripetute citazioni di Shane (1954) di George Stevens con Alan Ladd non sono vezzo ma cifra stilistica.

da Berlino, Nicola Falcinella

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