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Il malwere di Michael Mann

Dedali e solitudini. Michael Mann ci ha abituati ad un cinema labirintico, manifesto tanto nelle immagini quanto nelle storie. I personaggi per questo sono costretti a muoversi negli interstizi spaziali ricavati in quell’immenso accumularsi di strutture inanimate che sono le metropoli dedalomoderne. Da Miami Vice a Blackhat, passando per Collateral, le architetture predominano le scene, creano reti brulicanti dove perdersi o al limite nascondersi. Le metropoli come organi umidi di un corpo/organismo caotico, la cui struttura molecolare, microscopica, è costituita da nervature informatiche, che possono rendere superfluo qualsiasi spostamento. In Blackhat Mann dichiara da subito la specularità tra macro e micro, passando dalle vedute aeree (che tanto ama) della superficie terrestre, alle connessioni ad alta velocità che mettono in comunicazione processori lontani in un battito d’ali. Un semplice clik in un appartamento sperduto in una città asiatica e parte un malwere, un impulso elettrico che causa prima l’esplosione di un reattore nucleare a Hong Kong, e poi fa salire alle stelle le quotazioni della soia sui mercati asiatici.
Non è virtualità, ma la realtà delle cyber interconnessioni alla base del thriller del regista di Chicago. Il clik in questione è una pressione sul tasto blacfinaleEnter della tastiera di un blackhat, per l’appunto, ovvero un hacker mosso da intenti criminali. Un blackhat tanto abile da costringere Usa e Cina a un’alleanza scomoda e che vedrà protagonisti Nicholas Hathaway (Chris Hemsworth, il Thor della Marvel, ma anche il pilota Hunt in Rush), un vecchio compagno di “giochi” informatici, il capitano Chen (al servizio del governo di Pechino) e sua sorella Lien. Nicholas, un hacker che sta scontando in gabbia una condanna per frodi e azioni illecite, viene scarcerato su richiesta di Chen. Il gruppo, monitorato dagli agenti speciali dell’FBI, Mark Jessup e Carol Barrett (Viola Davis), si mette a caccia del blackhat, cercando di codificare indizi digitali che portano da Chicago a Los Angeles, per poi arrivare a Hong Kong, in Malesia fino a Giacarta, una caccia al nemico che si ribalta quando il nemico si accorge di essere braccato, deciso a mettere in atto un piano criminoso che potrebbe costare la perdita di numerose vite umane in Iran.
Forte del solito impeccabile progetto estetico, l’impianto di Mann rimane classico per scelta, costruito su un percorso narrativo senza sorprese e abbastanza scontato, tanto nella trama principale che nel subplot, con la storia d’amore ampiamente annunciata tra Nick e Lien o le scaramucce da guerra freddina tra super-potenze, e non potendo contare neppure sul valore aggiunto degli attori (eccezion fatta per Viola Davis). Il crescendofuga che sposta le indagini da una parte all’altra del globo e un paio di scene madri trattengono lo spettatore, ma ciò che salva il film dalla banalità dell’ennesimo thriller con sybercriminali senza volto, è l’idea angosciosa di deriva dell’individuo, della progressiva mancanza di appigli in un mondo che si virtualizza, anzi che ha trasformato il virtuale in un elemento fondamentale del reale, a cui è radicato attraverso codici alfanumerici. L’uomo di Mann, che in tutta la sua filmografia lotta per esserci e affermarsi (vedi anche Alì), adesso nuota in un paesaggio nuovo d’asfalto e silicio, costretto ad orientarsi nelle maglie di un hardware come nei vicoli bui di Chicago. L’identità è secondaria in un universo dove la concretezza del volto ha perso di significato, per cui le svolte, in economia e in politica, possono arrivare da uno scantinato anonimo sotto un qualsiasi fast-food di sushi. Il finale (con echi western) tanto annunciato quanto improbabile si digerisce solo metaforizzandolo in questa chiave. Di più: dematerializzandolo (codici permettendo) in pura astrazione, che è un po’ come sabotare le immagini per sviscerarne il senso.

Alessandro Leone

Blackhat

Regia: Michael Mann. Sceneggiatura: Michael Mann, Morgan Davis Foehl. Fotografia: Stuart Dryburgh. Montaggio: Leo Trombetta, Joe Walker. Musica: Harry Gregson-Williams, Atticus Ross. Interpreti: Chris Hemsworth, Viola Davis, John Ortiz, Leehom Wang, Wei Tang. Origine: Usa, 2015. Durata: 135′.

https://www.youtube.com/watch?v=lsJn5_Mt0_c

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