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Piccole donne

Versione ventunesimo secolo

Piccole donne. Ancora Piccole donne. Quante altre versioni verranno realizzate del romanzo di Louisa May Alcott? Escludendo le serie televisive e i film d’animazione, questa firmata da Greta Gerwig dovrebbe essere la sesta (ma potrei sbagliare per difetto). A mettere in fila le trasposizioni, in particolare quelle del 1933, del 1949 e del 1994, firmate rispettivamente da George Cukor, da Mervyn LeRoy e dall’australiana Gillian Armstrong, vien voglia di avventurarsi in un’analisi del puritanesimo americano e della famiglia quale sacra istituzione; o meglio un’analisi delle trasformazioni sociali, culturali e dei costumi dell’America in un secolo e mezzo, partendo dal testo e guardando alla messa in scena delle vicende della famiglia March. Regie figlie dei tempi che interpretano il contesto storico a loro vicino, nonostante mai nessuno abbia rinunciato all’ambientazione ottocentesca e ai forti legami con la guerra di secessione. Eppure l’epopea delle sorelle March, che racconta in parte vicende autobiografiche dell’autrice, ha in nuce elementi che, declinati film dopo film, hanno espresso declinazioni dell’universo femminile e del percorso di emancipazione. Una vera e propria alleanza tra romanzo e cinema, dove il cinema si fa strumento capace di mettere in luce un potenziale, se non taciuto, in parte solo suggerito dal romanzo. Che è poi anche un romanzo di formazione, un must della letteratura americana per ragazzi (non solo per ragazze!), la cronaca del passaggio all’età adulta con l’inevitabile attraversamento delle crisi e delle tragedie, con l’aggiustamento finale. Abilissima la scrittrice (come da desideri dell’editore) a raccontare anche le disgrazie che si abbattono sulla famiglia tenendo in pugno il lettore con un registro brillante, quasi leggero nei toni, anche divertente, così rosa nell’estrosa narrazione dei grovigli amorosi.
Ed è proprio ciò a cui non rinuncia la Gerwig, alla sua seconda regia dopo Lady Bird. L’attrice e sceneggiatrice, protagonista con il compagno Noah Baumbach (Frances Ha, Mistress America) della scena Mumblecore statunitense, mostra di avere talento anche dietro la macchina da presa. Scrive e dirige un film originale senza stravolgere il romanzo, lavorando sugli archetipi femminili della Alcott ma concentrandosi su Jo (inevitabilmente) ed Amy, estremi di un movimento pendolare nel femminile. Diverse caratterialmente e per prospettive, sono simili nella tenacia che le porta a raggiungere i rispettivi obiettivi: Jo, la scrittrice a tutti i costi, si muove anelando l’indipendenza dagli uomini, fino a confondere la libertà con la rinuncia all’amore; Amy, invece, pittrice mancata, è opportunista ma senza rinunciare ai sentimenti, forte di una bellezza cristallina, centratissima sulla scalata sociale, in questo simile all’odiata ricchissima zia March (qui diabolicamente interpretata da Meryl Streep). La Jo con il volto di Saoirse Ronan è intrepida e generosa, sfacciata e provocatoria, mascolina e femminile al tempo stesso. Forse la Jo più affascinante insieme a Katharine Hepburn nella versione del 1933. La Ronan, già protagonista in Lady Bird, porta con sé una carica di energia che muove il film, anche quando non è in scena, si ha l’impressione che diventi l’alter ego della regista. Da lei passa il conflitto con Amy e il confronto con Meg (Emma Watson), ovvero modelli e alternative di vita più semplici anche nel contesto libero e aperto della famiglia March. Si sente forte nella narrazione l’inclinazione culturale di un’America che in parte è andata perduta, affine alla filosofia trascendentalista (di cui il padre della Alcott era un esponente), legata ai valori del rispetto dell’alterità senza per questo sconfessare le proprie radici, tutt’altro che conservatrice dunque, nonostante sia tra i March che tra i Laurence si percepisca il pericolo dell’alienazione sociale in un quadro che si sarebbe presto contrapposto al conservatorismo più bieco.

Attraverso una narrazione frammentata in flashback e che magistralmente arriva al climax, Greta Gerwig riesce a dosare dramma e commedia, con un occhio all’affresco storico e uno al racconto da camera. Se forse non azzecca proprio gli attori per le parti maschili (Louis Garrel è un Mr Bhaer francese, un po’ moscio), seppur l’unico difetto di Timothée Chalamet è di essere ancora troppo giovane per la parte di Laurie, non sbaglia una sola attrice: svetta con la sua recitazione silenziosa, ma carica di tutto il non detto di una donna esemplare e non per questo priva di tormenti, Laura Dern, nei panni di una moglie e madre energica e maieuta al tempo stesso.

Vera Mandusich

Piccole donne

Sceneggiatura e regia: Greta Gerwig. Fotografia: Yorick Le Saux. Montaggio: Nick Houy. Musiche: Alexandre Desplat. Interpreti: Emma Watson, Saoirse Ronan, Timothée Chalamet, Florence Pugh, Eliza Scanlen, Laura Dern, Meryl Streep, Bob Odenkirk, Chris Cooper, Louis Garrel, James Norton. Origine: USA, 2019. Durata: 135′.

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