Ettore Majorana era un nerd della matematica dal temperamento difficile, molto riservato, cripto-gay dominato da una madre possessiva – la signora si divertiva a esibire la sua calcolatrice umana – e privo di qualsiasi senso dell’umorismo.
Fisico teorico agli albori dell’atomismo contemporaneo, era tormentato dal potenziale annichilente dell’energia appena convocata. La sua scomparsa in qualche punto del Tirreno, a bordo del traghetto Napoli-Palermo, diede a Sciascia il materiale per un saggio interpretativo sull’anima siciliana, oltre che un pretesto ghiotto per le sue corde gialle: fuga in America Latina, rapimento da potenze straniere, isolamento in un convento, trasformazione in errante omu-cani, suicidio prematuro. Era il 1938, l’anno del Premio Nobel per il suo mentore Enrico Fermi, che si rifugiò negli Stati Uniti perché la vita della moglie, ebrea, era in pericolo a causa delle leggi razziali promulgate da Mussolini appena una settimana dopo la premiazione.
Nessuno mi troverà (2015), documentario di Egidio Eronico infarcito di materiali d’archivio Luce ed animazioni curate dal Centro Sperimentale di Cinematografia, ricrea la vicenda Majorana proprio in rapporto con Fermi e attorno all’Istituto di Fisica romano dove entrambi lavorarono, ipotizzando la sua sparizione dal momento in cui non volle essere complice del fatale Armageddon.
Molti trovano scomodo, e la maggior parte non se ne cura minimamente, non solo scavare nel passato, ma anche l’esercizio metodico quanto necessario di tessere la storia. In tutti i settori, anche in quello nucleare. So di cosa parlo. Ho lavorato per un quarto di secolo tra due reattori, ora dismessi, che furono all’origine di un centro di ricerca Euratom, fondato quasi contemporaneamente al CERN di Ginevra e situato in via Enrico Fermi a Ispra, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. Il compito di conservazione, archiviazione e catalogazione è sempre stato considerato irrilevante, più una rarità individuale che una strategia condivisa. Come se la politica quotidiana, scientifica o istituzionale, potesse essere condotta senza tener conto del principio fondamentale di causalità.
Se Sciascia riscattò il suo oscuro connazionale di Trapani, Gianni Amelio ricreò nel 1988 il contesto in cui emersero le sue formulazioni sul nucleo atomico e i fermioni, che entrarono in dialogo diretto con quelle di Heisenberg e Schrödinger e che fanno parte della storia del genio nucleare italiano. Il film, commissionato dalla RAI e intitolato I ragazzi di via Panisperna (ora disponibile integralmente in DVD), prende il nome dalla sede dell’Istituto di Fisica dell’Università di Roma, e grazie a questo film conosciamo da vicino il rapporto tra Fermi e Majorana – fulcro della sceneggiatura di Amelio-Cerami -, una storia di amicizia tagliente e altalenante, ma permeata da fervore intellettuale e dall’inesauribile curiosità scientifica condivisa da tutti i giovani fisici cresciuti intorno a loro.
Assistiamo così alla derisione del Cavalier Marconi, la cui voce fu sabotata durante una trasmissione radiofonica di esaltazione fascista; alle corse lungo i corridoi della facoltà per evitare il decadimento delle particelle irradiate, sotto lo sguardo stupito del senatore Corbino, che dirigeva l’istituto e li patrocinava; alla scoperta, grazie a questa radioattività artificiale, di numerosi isotopi radioattivi e neutroni lenti: rallentati nella fontana di carpe rosse che presiedeva il giardino.
Lì confluirono diversi studenti di ingegneria che passarono alla fisica indotti dalla calamita di Fermi, il “papa” del gruppo, primo cattedratico di fisica teorica del paese e in seguito figura chiave del Progetto Manhattan. Segrè, il “basilisco”, premio Nobel per la scoperta dell’antiprotone, che confermò l’esistenza dell’antimateria, e anche esule nell’America che realizzò la prima bomba a fissione. Rasetti, il “cardinale vicario” che organizzava le escursioni per quei giovani sul Monte Rosa, si cimentò con la spettroscopia molecolare e i raggi cosmici, ma rifiutò Manhattan, per ripugnanza etica, preferendo la paleontologia. L’“abate” Amaldi si dedicò allo studio dei raggi cosmici e delle onde gravitazionali, per poi ricostruire la disciplina nel dopoguerra con la creazione dell’Istituto di Fisica Nucleare. D’Agostino, radiochimico formatosi a Parigi con Marie Curie, caratterizzò gli isotopi ottenuti tramite bombardamento neutronico e gli elementi transuranici. Il “cucciolo” era Bruno Pontecorvo, fratello del regista, che sperimentò con neutrini e antineutrini oscillanti e concluse la sua vita da cittadino sovietico. E naturalmente Majorana, il “grande inquisitore”, che scomparve per sempre quasi fosse una particella fantasma.
Ennio Fantastichini, sobrio e misurato, impersona un Fermi molto credibile nella ricostruzione di Amelio, ma diversi altri film toccano questa figura nel contesto della pionieristica scuola italiana di fisica, che dall’utopia scientifica di imbrigliare l’atomo si avviò senza sosta al micidiale intreccio geopolitico in cui viviamo.
Così La morte è discesa a Hiroshima (The beginning of the end, Norman Taurog, 1947), docudramma MGM che per primo portò sullo schermo il progetto Manhattan, ancora molto secretato nel dopoguerra. Per farlo sviluppa lo stratagemma narrativo della capsula di tempo —che dovrebbe essere aperta nel 2446— contenente i registri di quel programma scientifico-militare; lo stesso Fermi (Joseph Calleia) partecipa nella cerimonia di seppellimento. Film di rara visione, appena distribuito, come se una sorte di colpevole senso etico imperversasse una storia che ha ben poco di finzione.
La miniserie franco-canadese La corsa alla bomba (Race for the bomb, Allan Eastman e Jean-François Delassus, 1987) torna a raccontare la comunità dei fisici esiliati, tra cui Fermi (Pier Paolo Capponi), pragmatico ricercatore dietro la prima pila nucleare in funzionamento, presso l’università di Chicago, e delle sperimentazioni ultra-segrete che condussero al disegno Ulam-Teller di armi termonucleari in due stadi (fissione / fusione) e quindi alla bomba A.
Ne L’ombra di mille soli (Fat Man and Little Boy, Roland Joffé, 1989) ci troviamo a Los Alamos, nel pieno degli esperimenti che fecero possibili le due prime bombe nucleari sganciate su popolazioni civili. Mentre Fermi (Franco Cutietta), consulente nella base militare, non ha specifiche battute, il film si focalizza sui dubbi morali immaginando, su base reale, uno scienziato che muore avvelenato solleticando la “coda del drago”, il cosiddetto nucleo demoniaco (Demon Core) del plutonio. Insuccesso critico e di botteghino, divenne quindi un titolo maledetto, quasi occulto ormai, nonostante fosse Paul Newman ad interpretare il generale Groves a carico del progetto Manhattan.
Poi c’è un telefilm, I giorni dell’atomica (Day One: Hiroshima and after, Joseph Sargent, 1989), in cui Fermi (Tony Shalhoub) cerca di mediare, dentro al team di saggi euro-americani, tra falchi militari e colombe della scienza prima del test Trinity, ma segue soprattutto la peripezia dell’ungherese Szilárd, a fronte della petizione —ignorata dal presidente Truman— di avvertire il Giappone prima di lanciare ordigni del genere e, assieme ad Einstein e Pauling, dell’immediato Comitato di Emergenza degli Scienziati Atomici per assoggettare il diavolo scatenato e destinarlo invece a fini pacifici.
Il recente, clamoroso Oppenheimer di Christopher Nolan (2023) riflette sulla tesi apocalittica in una scena inventata dove Fermi (Danny Deferrari), prima del momento Trinity ad Alamogordo, Nuovo Messico, raccoglie scommesse sul pericolo certo di un’esplosione travolgente l’intero mondo: la teoria infatti prevedeva la possibilità di innescare nell’atmosfera una reazione termonucleare a catena, un oceano di fuoco che spazzerebbe via la vita sul pianeta. Già una miniserie BBC dal titolo omonimo (Barry Davis, 1980) mostrava a Fermi (Edward Hardwicke) reclutando scienziati europei in esilio negli USA per la costruzione del Chicago Pile-1, primo reattore nucleare, sotto lo stadium del campus universitario.
In campo documentaristico ce ne sono tanti i lavori sull’argomento, addirittura fornendo filmati faticosamente declassificati dall’esercito (per esempio, Trinity and beyond: the atomic bomb movie, di Peter Koran, 1995), però sottolineo qui The world of Enrico Fermi, film educativo di Harvard Project Physics (1970) che si avvale dei ricordi di Laura Capon, vedova del Nobel, raccolti in Illustrious immigrants e soprattutto in Atoms in the family (traduzione Mondadori del 1965), dove racconta la vita della famiglia tra Pisa, Roma e Chicago, svelando il tempo vissuto sul deserto accanto al fasullo “Laboratorio metallurgico” e il suo susseguente, militante pacifismo.
Se l’impronta filmica di Fermi è duratura, altrettanto accade col suo lascito prettamente scientifico. Dal 2019, nella stessa via Panisperna, ha sede il Centro di Ricerca Enrico Fermi (CREF), con annesso museo storico di fisica. Sulla scia dell’eredità degli anni ’30, il centro non solo gestisce laboratori di radioterapia, neurofisica, fotonica, astrofisica nucleare e fisica applicata al patrimonio storico e artistico, ma tiene vivo lo spirito dei pionieri offrendo corsi specializzati e seminari interdisciplinari, oltre a borse di dottorato e contratti di ricerca.
Nei primi 2000 ho incontrato un fisico tedesco in pensione che aveva rintracciato, proprio presso la RAI di Roma, filmati relativi alla costruzione dei reattori ispresi. Le nostre conversazioni fecero nascere l’idea di masterizzare alcuni dischi dopo aver digitalizzato le pellicole che giacevano dimenticate in scatole, e forse è stato proprio questo l’unico motivo per cui, dopo mezzo secolo di oblio, sono state salvate. Come ho detto: iniziativa di alcuni tipi anacronistici afflitti dal male della storia.
Giusto cent’anni fa, Fermi presentò all’Accademia dei Lincei la sua scoperta di nuove particelle subatomiche, in suo onore nominate fermioni e formulate in seguito per via della statistica di Fermi-Dirac.
José Joaquín Beeme





