Venezia 2015

Sentieri veneziani: cercando nuovi Orizzonti

Venezia è abiti da sera, red carpet, folle acclamanti, star e starlette. È un Johnny Deep messo all’ingrasso che ci lascia la speranza di diventare sex symbol pur con qualche chilo di troppo. Ma è anche e soprattutto ricerca di nuove tendenze estetiche ed espressive. Questo almeno è il proposito della sezione Orizzonti che, in effetti, non delude. Si va dal documentario alla regia più attenta alla fotografia, dal cinema più gangstersintimistico al mockumentamy.
Ecco allora Italian Gangsters di Renato De Maria, un rendiconto fattuale ma anche un viaggio introspettivo nelle vite dei più noti criminali dell’Italia del Dopoguerra: Ezio Barbieri, Paolo Casaroli, Pietro Cavallero, Luciano De Maria, Horst Fantazzini, Luciano Lutring. Tra i soggetti da sempre più avvincenti dell’immaginario cinematografico, il gangsteraggio nostrano sembra qui più un abile espediente che un fine a sé stante. Le rapine, le fughe, i tentativi di evasione continuano senza dubbio a coinvolgere, ma sembra sia la ricerca formale e stilistica lo scopo abilmente perseguito da questo documentario. Certo forma e contenuto vanno sempre a braccetto, in questo caso però è l’inconsueta commistione di generi a colpire in positivo. De Maria, che chiaramente non cerca mero realismo fattuale, trova infatti la giusta amalgama tra filmati dell’Istituto Luce, rimandi epistolari, sequenze autoriali (da Bellocchio a Petri, da Antonioni a Lizzani), polizieschi dell’epoca, filmini di famiglia e la sobrietà di una recitazione immortalata efficacemente in uno spazio asettico. Non si condannano e non si esaltano figure già leggendarie, semplicemente si documenta per scavare nel travagliato vissuto psicologico di chi scelse il fascino bifronte del crimine. Il risultato è un mix interessante, corollato dall’accurata sceneggiatura delle parti recitate. Una sceneggiatura che oscilla tra la fedele riproposizione delle fonti e una profonda ricostruzione del profilo psicologico dei personaggi e che riesce nell’intento formale più evidente della regia di De Maria: quello di sgretolare i confini che separano la fiction dal documentario, o meglio quello di ricondurre la fiction nell’alveo del documentario.

Minuziosamente attento alla fotografia è invece Boi Neon di Gabriel Mascaro, dove la vita sporca e polverosa di alcuni vaqueiros è il pretesto boi-neonper ritrarre un Brasile in bilico tra antiche abitudini e i sogni che il recente sviluppo industriale ha portato con sé. Iremar, allevatore di tori con l’ambizione di diventare uno stilista, Galega, ballerina sgraziata e sexy camionista, Cacà, spaesata bambina alla ricerca di se stessa, e con loro tutti i compari di questa comunità di toreri vivono infatti nel vortice di un cambiamento innanzitutto sociale prima che economico. La terra dei rodei da un lato, le paillettes e i lustrini della nuova industria dell’abbigliamento dall’altro, sono i poli, fortemente allegorici, rispetto a cui questa famiglia brasiliana tutta sui generis cerca invano un equilibrio. Le vicende non sono importanti e in fondo si ha l’impressione, non troppo positiva a dirla tutta, che il film sarebbe potuto andare avanti all’infinito senza mai trovare un punto di svolta. Ma in fondo quello di Mascaro rimane l’apprezzabile tentativo di sviluppare una delle vecchie e paradossali possibilità del cinema: quello di fotografare il mutamento, di ritrarre il movimento in quanto tale. Ciò che conta non sono i gesti e nemmeno troppo l’analisi psicologica dei personaggi, ma la visione della superficie, una superficie, appunto, in movimento: quella dei tori, dei cavalli, dei rodei ma soprattutto la superficie, più profonda di qualsiasi discorso, dei corpi umani che il regista ritrae con gusto fortemente estetizzante anche nella loro nudità. A confermarlo sono scene, tra tutte quella finale nella fabbrica d’abbigliamento, in cui l’amore fisico è fotografato senza sentimentalismo e carica erotica nel suo ridursi ad un semplice incontro di corpi. Una ricerca estetica ambiziosa dunque, interessante ma di certo non abbastanza per farci gridare al capolavoro. Un Brasile in mutamento sotto le luci bianche, artificiali e impietose, al neon: tori al neon recita non a caso il titolo, quando forse si sarebbe potuto anche dire uomini al neon.

downloadA rappresentare una società in mutamento, ma con toni molto più intimi, ci prova anche l’essenziale Tharlo di Pema Tseden, regista e autore del racconto da cui è tratto il film. È la storia, simbolicamente densa, di un pastore tibetano che si reca in città per ottenere il proprio documento di identità, ma che ben presto si scontra con la crisi identitaria di una comunità che non può che sentire come estranea. Tharlo, da tutti conosciuto come “Ponytail” per la lunga treccia che orna il suo volto, ha una memoria ammirevole: è in grado di recitare Servire il popolo, lunghissima litania redatta da Mao Zedong in persona. Una memoria davvero proverbiale, che tuttavia non sarà in grado salvarlo: la retorica della propaganda comunista imparata da bambino del resto non ha più presa sulla Cina odierna. Tharlo vive e non può che restare ai margini, in una società cinese ormai lontana dagli anni della Rivoluzione culturale e pervasa dalle storture di un sinistro capitalismo. Nemmeno l’inaspettata storia d’amore con Yangtso, una giovane parrucchiera che fuma sigarette e ascolta musica pop, potrà fungere da àncora di salvezza: la cultura tibetana che lo identifica così come il vecchio sogno rivoluzionario a cui è stato educato non esistono più, inutile tentare di adeguarsi, inutile progettare una svolta decisiva in una vita che resta radicata nel passato. Inutile, infine, anche tagliarsi quella lunga coda di cavallo che lo contraddistingueva così nettamente, o per meglio dire: inutile cercare una nuova identità quando la nostra si è dissolta insieme al mondo in cui si è formata.
Una sinossi lineare e senza fronzoli, un simbolismo di facile interpretazione sono accompagnati da una regia altrettanto austera che insiste nell’uso ricorrente di piani fissi e nell’immobilità della camera da presa. Il bianco e il nero, a dir la verità soprattutto i neri fortemente marcati, fanno da sfondo a un montaggio snervante nella sua lentezza, che tuttavia è necessario, perché snervante è l’imporsi di un cambiamento che il protagonista avverte come ormai compiuto e rispetto a cui è meglio farsi da parte, stare ai margini. A impressionare è la minuziosa organizzazione geometrica delle spazio, in grado di rappresentare visivamente proprio la marginalità effettiva e psicologica vissuta da Tharlo: non a caso sempre ai margini delle inquadrature che lo ritraggono in città, quasi sempre al centro del quadro quando è ripreso nella vita di campagna da cui sente di dover evadere. Pema Tseden riesce così a offrirci un ritratto malinconico e spietato di una delle regioni più remote della Cina contemporanea, un ritratto che è anche, più in generale, una riflessione sulla nostra identità personale che affonda sempre e comunque le sue radici in primo luogo nella memoria, che Tharlo alla fine del film sembra aver perduto e non poter ritrovare.

pecore-in-erba-poster-locandinaFarà certamente parlare di sé Pecore in erba di Alberto Caviglia, film che affronta in chiave ironica il tema, spinosissimo, dell’antisemitismo. Questo surreale mockumentary ricostruisce la vita strampalata di Leonardo Ziliani, noto attivista per i diritti umani che ha combattuto strenuamente contro un male sempre più diffuso: il preoccupante fenomeno dell’antisemifobia. Allergico agli ebrei e ossessionato da un complotto pluto-giudaico-massonico che ha già condotto all’assassinio di John Lennon, Kennedy, Luther King ma anche della mamma di Bambi, Leonardo le prova tutte, fin da bambino, per estirpare il nemico semita dalla nostra società. Dalla stesura di una Bibbia da cui è stata eliminata la presenza degli ebrei, alla creazione della linea di abbigliamento Baci&breacci, alla diffusione di giochi da tavolo quali Ghettopoli e Scarabreo questo giovane italiano, ovviamente appassionato di Lars von Trier, colleziona un successo dietro l’altro diventando facilmente l’eroe di una nazione.
Pecore in erba, titolo che poi non è che l’irriverente anagramma di “ebreo trippone crepa”, diverte dunque, provando a farci capire quanto radicato e inconsapevole sia ancora oggi l’antisemitismo. Lo fa chiamando a raccolta personaggi mediatici di lungo corso, da Fazio a Mentana, da Augias a Freccero, da Linus a Elio. E perché, si sa, dalle pecore alle capre il passo è breve, ecco allora anche l’onnipresente Vittorio Sgarbi e con lui prestigiosi esponenti del mondo cinematografico, da Tinto Brass a Gianni Canova. Presenze illustri che sembrano suggerire quella consapevolezza un po’ radical chic che pervade tutto il film: quella consapevolezza che osanna l’ironia come lo strumento più efficace per smascherare i nostri pregiudizi. E fin qui tutto bene. Il problema, dirà qualche spettatore, è che non sempre di ironia si tratta, più spesso di sano umorismo, talvolta di goliardia, altre ancora della più genuina demenzialità. Fin qui, diranno poi gli osservatori più open-minded, ancora tutto bene. Rimane però il problema di una sceneggiatura altalenante, non sempre all’altezza delle intenzioni, ma soprattutto quello di una chiave di lettura difficile da trovare. Se infatti il film ci vuole far riflettere su quanto sia facile ridestare la piaga dell’antisemitismo o rinvigorire diffusi sentimenti antisionistici, ci riesce solo in parte. Se vuole ricordarci come anche le più paradossali convinzioni possano sempre tramutarsi in vincoli di aggregazione sociale, ci riesce ancor meno.  L’originale primo lungometraggio di Caviglia accenna la riflessione su un tema così complesso, ma non va abbastanza a fondo (e, sia chiaro, sarebbe stato possibile farlo, non facile, anche con le armi dell’ironia). Diciamolo, la reazione del pubblico, il clamore destato, la presenza di una certa intellighenzia pop mediatica ci lascia il sentore di qualche menzione o riconoscimento in arrivo. Del resto il film ci fa sorridere e sarebbe grottesco condannarlo assumendo toni moraleggianti. Eppure Pecore in erba non sembra distaccarsi molto da un originale prodotto televisivo in cui non si presta troppa attenzione a una delle possibilità più feconde del cinema, quella di guidare la riflessione attraverso la visione, anche quando si scelgono i toni scanzonati dell’ironia.

da Venezia, Luca Scarafile

Topics
Vedi altro

Articoli correlati

Back to top button
Close