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Un sogno chiamato Florida

sognoPresentato alla Quinzaine a Cannes, film di chiusura del Torino Film Festival, il nuovo lavoro di Sean Baker arriva anche sui nostri schermi, distribuito da Cinema. Tutti ne hanno parlato in maniera entusiastica, chi scrive però non ha la stessa esaltazione. Baker è il classico regista indie in rampa di lancio, già autore del pessimo ma pompatissimo Starlet e dell’inconsueto Tangerine, film che invece avrebbe meritato una vita anche da noi.
Un sogno chiamato Florida narra la storia di Moonee, Scooty e Jancey, tre bambini che vivono nella degradata periferia di Orlando, in Florida. Abitano vicinissimo a Disney World, ma lontanissimo dal gioioso e spensierato benessere dei suoi luccicanti parchi tematici. I piccoli protagonisti hanno circa sei anni e vivono tra Magic Castle e Futureland, due palazzoni color lilla che sembrano case popolari ma che sono motel da quattro soldi per chi non può permettersi una vera casa. Le famiglie da cui provengono hanno un solo genitore, e sono tutte rigorosamente sprovviste della figura paterna. La madre di Moonee è infatti la classica ragazza madre, poco più di vent’anni con tatuaggi che le coprono gran parte del corpo, oscilla tra legalità e crimine per sbarcare il lunario. L’unico uomo che si vede nel film è Bobby, un bravissimo film UN SOGNO CHIAMATO FLORIDAWillem Dafoe che interpreta il “manager” del Magic Castle dove vivono Halley e Moonee, è sostanzialmente un tuttofare che fa l’imbianchino, trasporta elettrodomestici e cerca di tenere sotto controllo una situazione in ebollizione.
Baker ambienta la storia durante le vacanze estive quando il caldo squaglia il cemento delle strade dove vivono i nostri protagonisti, i bambini provano a trasformare un’orrenda realtà in qualcosa di diverso: i fast food, l’orrenda televisione e la quotidiana miseria diventano una avventura costante. I bambini sono animati dall’intraprendenza tipico dell’infanzia, e qui il regista americano è bravo a buttarci senza fronzoli in questo mondo, e farci interessare a una quotidianità scandita da fatti comuni, come mangiare un gelato, fare la spesa al supermercato, o aggirarsi tra i lunghi corridoi che collegano i vari appartamenti.
Il contrasto tra l’aspetto urbanistico accogliente e la realtà squallida e degradata è ben reso dalla scelte registiche di Baker, anche l’uso del colore con questi violetti e lilla, che fanno tanto scuola materna, contrastano in modo sarcastico con l’emergere della drammaticità della storia. È evidentemente una forte metafora della sconcertante divisione della ricchezza negli States. È ovviamente un’ode all’infanzia e il finale onirico vuole riportare tutto alla dimensione di sogno. Siamo sempre lì, il Sogno Americano che diventa un incubo.
Vedendo Un sogno chiamato Florida non si può non pensare allo straordinario American Honey, uno dei film migliori del 2016, in concorso a Cannes e premiato un po’ ovunque ma mai distribuito in Italia. Baker sembra girare quasi un prequel del film della Arnold, questi bambini diventeranno probabilmente gli adolescenti raccontati dalla regista inglese? Entrambi i film riescono a restituirci un ritratto onesto di vita borderline, ma laddove American Honey riusciva, soprattutto attraverso la musica pop, a esprimere tutta l’intensità delle relazioni nell’adolescenza, Un sogno chiamato Florida invece non arriva.


Baker sembra prendere un po’ qua e un po’ dal cinema da festival, non calca la mano e lascia scorrere le immagini, ma oscilla troppo tra adulti e bambini, gli manca un punto di vista chiaro. Mi sarei aspettato molto di più viste le possibilità della storia, ma comunque è un buon film che merita una visione.

Claudio Casazza

Un sogno chiamato Florida

Regia: Sean Baker. Sceneggiatura: Sean Baker, Chris Bergoch. Fotografia: Alexis Zabe. Montaggio: Sean Baker. Musiche: Lorne Balfe. Interpreti: Willem Dafoe, Bria Vinaite, Brooklynn Prince, Valeria Cotto, Christopher Rivera, Caleb Landry Jones. Origine: Usa, 2017. Durata: 111′.

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