Belluscone – Una storia siciliana

Definire un film grottesco rischia da subito di etichettarlo in un contenitore che traccia i propri margini attraverso una serie di altri concetti quali allegoria, rappresentazioni eccessive, parodia, specchi deformanti. Invece Belluscone – Una storia siciliana è molto di più. Innanzitutto, è il film di un regista scomparso, svanito nel nulla, deciso all’invisibilità, probabilmente piegato all’ennesima crisi depressiva. E questo spiegherebbe scena-con-tatti-sanguinetil’assenza anche durante l’assegnazione del Premio Speciale della Giuria Orizzonti (meritatissimo) alla 71^ edizione della Mostra del Cinema di Venezia: così red-carpet, così ufficiale e luccicante e seducente ubriacante patinata eccessiva teatrale enfatica iperbolica emotiva caotica caciarona (in senso buono) festivaliera (in senso stretto) falsificante (in senso cinematografico), tutto troppo.
Anche se poi Maresco sugli eccessi ha costruito il suo cinema-cinico, in coppia con Ciprì, per piccolo e grande schermo, prendendosi beffe dei poteri forti, esibendo un’intelligenza fine nel dileggiare il nostro paese con rappresentazioni a volte anche grevi, ma pur sempre nate dall’osservazione, da uno studio quasi antropologico, specie della realtà del sud. Dopo il divorzio da Daniele Ciprì, per niente morbido pare, Franco Maresco non trova immediatamente la via per concretizzare i suoi progetti. Prima di Belluscone solo il bellissimo Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista jazz (2010). Un film in dieci anni, gli ultimi dei quali passati a confezionare (o tentare di farlo) un documentario sull’Italia, attraverso la Sicilia attraverso Palermo attraverso un suo quartiere, Brancaccio, e i suoi abitanti. Un viaggio che da subito si rivela privo di sostegni finanziari, che perde via via risorse umane e professionali, che si inabissa in un cul de sac (come afferma Tatti Sanguinetti, che parte da Milano alla ricerca dell’amico regista che ha fatto perdere le proprie tracce). L’idea di partire da un dettaglio di un insieme complesso per definire l’insieme stesso probabilmente spaventa qualcuno e Maresco rimane solo, fino alla decisione dell’esilio.belluscone-dellutri
E’ quanto racconta Sanguinetti che tenta di raccogliere, novello Pollicino, le briciole di cinema lasciate dal cineasta palermitano, uomo meno fortunato dell’ex compagno di avventure, ma anche meno incline ai compromessi, e poi affetto da quella malattia, la depressione, che quando la identifichi come tale è già tardi. Vero, falso? La cornice del film è un fake wellesiano che ha tanto di vero. Tatti che cerca Franco, che però dovrebbe essere dietro la mdp. Probabilmente nascosto in un cono d’ombra, per giocare con lo spettatore con la complicità di Sanguinetti.
Non c’era scelta. Partire da Brancaccio, decifrare la relazione tra Berlusconi e la Sicilia, tentare di comprendere le ragioni di un consenso tanto ampio, sottintendendo l’esistenza di un patto Stato-mafia, non poteva che trovare ostruzioni, soprattutto in un momento in cui l’ordine era voltare pagina (almeno in apparenza).
Franco Maresco però non è mai stato un giornalista d’inchiesta. Per cui ha dovuto correggere il tiro per poter tornare a padroneggiare una materia tanto scivolosa. La Sicilia “compressa” in Brancaccio è un fenomeno di costume che, ridendo e scherzando, si trasforma in una mise en abyme dell’Italia intera. Il regista mette in fila una serie di atroci mostruosità, forse anche grottesche ma inequivocabilmente reali (evitando di assecondare una tesi aprioristica come fu per Gandini in Videocracy). Mescolando abilmente documentazione del vero e finzione, il gatto Maresco chiede alla volpe Sanguinetti di supportarlo nell’idea di inscenare un mockumentary, perché il pubblico possa pensare che l’impresario ciccio-miraCiccio Mira, i suoi giovani artisti neomelodici napoletani, le loro fans che da 5 a 85 anni si strappano i capelli per un autografo, siano invenzioni figlie del cinema di Risi e Monicelli. Invece la cornice fake mette in quadro una parte d’Italia reale, dove la mafia trova supporto dal basso, mentre le forze dell’ordine (carabinieri soprattutto) sono dileggiate. Ciccio Mira, berlusconiano fino al midollo e seguito dal regista per più di due anni, vive e lascia vivere, consapevole che la legge non è quella dello Stato e che per campare dignitosamente bisogna onorare il balcone di un boss. Erik e Vittorio Ricciardi, leggono foglietti con dediche e messaggi cifrati per gli “ospiti dello stato” (i carcerati) e cantano i sogni irrealizzabili di chi guarda ad Arcore con ammirazione. “Vorrei conoscere Berlusconi”, pezzo su cui si accapigliano i due cantanti (uno autore, l’altro interprete), diventa l’inno di questi borgatari, prodotto di scarto dopo un processo progressivo di raffinazione della spettacolare macchina televisiva (per rimanere tra Pasolini e Debord). Non lontano dai mostri di Reality, il popolo di piazza sappiamo però non essere rappresentativo di tutta la Sicilia, e lo sa anche Maresco: perché in una terra che è anche luce, questo disordinato contenitore di schiavi fotografato dal regista trattiene a stento il colore (e infatti Mira porta con sé costantemente il bianco e nero di cinicoTv), devastato da un lavaggio del cervello dagli effetti scioccanti.

Maresco, espulso come corpo estraneo, impossibilitato a portare a termine la sua indagine, sfigato fino al ridicolo, quando sfugge incredibilmente ai registratori l’audio della confessione del diabolico Dell’Utri (una delle chicche del film), affidata la narrazione a Tatti, c’è da credere che abbia scelto l’esilio volontario nelle zone più sane della sua Sicilia, forse in una delle terre confiscate alla mafia, abitate da gente che in questo film non poteva trovare posto.

Alessandro Leone

Belluscone – Una storia siciliana

Regia: Franco Maresco. Sceneggiatura: Claudia Uzzo, Franco Maresco. Fotografia: Luca Bigazzi. Interpreti: Tatti Sanguinetti, Ficarra e Picone. Origine: Italia, 2014.

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