SPECIALE Chaco

chaco_cartolinaQuell’angolo di terra

Chaco di Daniele Incalcaterra e Fausta Quattrini, che ha chiuso Filmmaker Festival 2018, è il seguito dell’incredibile storia personale del regista già raccontata nel suo precedente film, El Impenetrable: il regista italiano, anche protagonista del film, ha ricevuto in eredità dal padre 5.000 ettari di foresta vergine nel Chaco, la seconda foresta vergine al mondo per estensione dopo l’Amazzonia. Il nuovo film racconta questo suo viaggio kafkiano per difendere la sua terra dai molti contendenti: il latifondista Favero è il suo vicino, è un parlamentare del Paraguay proprietario di terreni che sono grandi 32 volte Parigi, ha prima rivendicato il possesso degli ettari di Incalcaterra e li ha poi venduti a un altro proprietario terriero uruguayano. Il Chaco è zona di latifondisti che sfruttano la terra disboscandola in maniera indiscriminata per far spazio ad enormi aree che usano come pascolo o per coltivare la soia.
Incalcaterra si filma e si mette molto in gioco in questa battaglia testarda contro un Potere molto più grande di lui. Il suo obiettivo è creare una riserva dal nome simbolico di Arcadia e far rientrare nella sua terra i legittimi proprietari, gli chaco_filmindigeni, così da impedirne la distruzione indiscriminata progettata dai vicini. Per questo ottiene dall’ex presidente Lugo un decreto presidenziale nel quale si dà avvio alla costruzione della riserva. C’è da ricordare che Lugo, un presidente di sinistra, è rimasto in carica neanche quattro anni (2008-2012) e non è riuscito a far rispettare le sue due principali promesse della campagna presidenziale: la lotta alla corruzione e la riforma agraria. Questo decreto fu uno delle molte iniziative per migliorare la vita dei poveri del Paraguay, ma tutte le aspettative sono poi crollate quando un “quasi colpo di stato” ha fatto partire una procedura di impeachment che lo ha portato alla destituzione. La riforma agraria ancora oggi è il Tema per molta America Latina, il problema della terra illegittima, dei proprietari terrieri, della politica legata al narcotraffico sono talmente connessi che è stato impossibile debellarli con un presidente come Lugo, figuriamoci per un povero regista italiano che scopre a poco a poco gli interessi economici enormi che ci sono dietro alle sue terre: il valore è in continua salita dopo che la Monsanto ha creato un seme che resiste al caldo e al freddo, e la sua terra potrebbe valere dei raccolti di soia per 10 milioni di dollari all’anno…
Dal punto di vista visivo il film è un continuo contrasto tra la bellezza straziante della natura e, di contro, l’orrore dell’intervento dell’uomo. La natura vergine vista da vicino si mostra in tutta la sua debolezza, non ha la forza per opporsi ai giganteschi macchinari di distruzione. La ferocia della deforestazione ci viene mostrata in modo lampante con un’inquadratura aerea inquietante che marca la differenza tra un terreno intatto e uno dove l’uomo ha messo le sue mani. Incalcaterra può probabilmente fare solo un bel film e così il cinema insieme alla sua testardaggine lo porta a coinvolgere radio e Tv, prova a convincere politici, incontra anche degli avvocati, cerca di stare sempre dalla parte degli indios. Ed a un certo punto decide anche di scrivere al Papa. Francesco gli risponderà e poi citerà il problema delle terre dei nativi durante una visita in Sud America, oltre a chiedere anche scusa per le enormi colpe della Chiesa.

Come nel film precedente, il regista si mette in scena facendo emergere così anche un po’ del suo egocentrismo. Nelle scene più “descrittive”, tutte girate in uno spazio in cima a un palazzo con vista sul Chaco, mostra le sue conversazioni con gli amici e i pochi sostenitori, e lo fa con una una messa in scena straniante, con la camera che si muove su dei carrelli che fanno da contrasto con il soffitto pericolante. È un simbolismo forse eccessivo sulla precarietà della situazione e del Paraguay, ma è probabilmente anche un segno dell’instabilità di Incalcaterra stesso in una situazione del genere.
In definitiva è un film che ci mostra l’assurda follia di una vicenda al limite del surreale in cui l’utopia sfida il potere, la democrazia non è molto lontana dalla dittatura e dove la burocrazia sembra quasi avvolgere tutto.

Claudio Casazza

L’Arcadia delle merevaglie

Ci sono due luoghi disorientanti che delimitano il racconto di Daniele Incalcaterra e Fausta Quattrini: uno ha i colori della vita e intreccia orditi vegetali con trame animali, caparbiamente resistenti alle ingerenze degli uomini; l’altro è uno spazio senza chaco-2017-daniele-incalcaterraapparente identità, una scatola dalle pareti trasparenti che sembra il tetto del Paraguay e che invece è una torre di controllo senza controllo. Il racconto di Incalcaterra si muove tra questi poli opposti.
Chaco è terra maestosa, sublime, da ammirare sgomenti con quel senso pànico che si prova davanti al mistero dell’esistenza. La macchina da presa ne coglie e restituisce il fascino silenzioso sin dalle prima inquadrature del film, è un regalo che accomoda il pubblico e al tempo stesso una confessione d’amore a una terra che Incalcaterra battezza Arcadia. L’Arcadia dei due padroni, avamposto incontaminato a un passo dalla drammatica devastazione: Favero e Incalcaterra (altre due polarità contrastanti del film) si contendono ettari di foresta in una lotta che non ha l’epica delle conquiste nordamericane e nemmeno le tensioni virili delle dispute tribali. Favero è un fantasma fuori campo, evocato come si evocano i dannati delle multinazionali, sovrani e invisibili (che volto ha Monsanto, quale inferno l’ha creata?); Incalcaterra è un uomo solo che cerca alleati in una battaglia che ne incarna molte altre, non solo in Sud America, basti pensare ai contadini indiani, alle battaglie in difesa dei diritti dei braccianti filippini di Ruth Salditos, che in patria qualcuno definisce deadwoman walking (il marito è stato vittima di un agguato qualche mese fa). Il regista è il narratore della sua lotta impari contro un sistema intricato di connivenze che fa rabbrividire; rimasto orfano di un alleato politico, macchina da presa costantemente a seguito, filma e si filma perché mai come in questo caso coincidono narratore e narrato, occupando spazi di inquadratura che diventano istanze urgenti proprio nella persistenza. Ma dove la sua presenza si fa chaco2tormentosa è nel vuoto di quell’open space che guarda verso Chaco, dapprima frazionato tra notturni e diurni che non svelano se non le ampie vetrate che si fanno simbolo di limpidezza (le azioni resistenti del regista, i suoi rapporti personali, le relazioni affettive di chi lo sostiene o semplicemente lo attende in Italia); in seguito mostrato nella totale assenza di oggetti significanti, perché ciò che diventa profilmico in quest’attico ha l’aspetto della mobilia di un set dismesso, peggio: degli articoli d’interno declassati a cianfrusaglia, fino a scomparire. Le diagonali delle parallele in fuga profonda di pareti, pavimento e soffitto (malmesso), lentamente assecondano l’inquietudine di Incalcaterra, sospeso e in cerca di soluzioni nelle geometrie algide di quello che il post-modernismo definirebbe un non-luogo. Ma è davvero un non-luogo?, perché cinematograficamente funziona, così perturbante, freddo eppure scosso da lampi improvvisi di calore: la folla acclamante Papa Francesco, la voce di un bambino in videochiamata, l’orizzonte rosso di una landa favolosa defraudata dagli interessi laidi di usurpatori moderni (con intenti antichi).
Domanda amara, quando i titoli di coda di Chaco scorrono sulla perfezione ancestrale di una vedova nera che tesse la sua tela indifferente a noi altri, ma “straziante bellezza del creato” (cit. Cosa sono le nuvole) e proprietà privata non sono ossimori?

Alessandro Leone

Chaco

Regia e sceneggiatura: Daniele Incalcaterra, Fausta Quattrini. Fotografia: Cobi Migliora. Montaggio: Marzia Mete, Fausta Quattrini. Origine: Argentina/Italia/Svizzera, 2017. Durata: 106′.

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