Due sotto il burqa

due-sottoDiciamo subito che in questo film non ci sono burqa. Il titolo suona bene, ma il velo dove si nasconde uno dei tre protagonisti, Armand, per poter vedere la fidanzata Leila sotto il naso del fratello radicalizzato in Yemen Mohmoud, è un niqab. Con un burqa che ingabbia lo sguardo come le donne di Viaggio a Kandahar, non ci sarebbe stata commedia, mentre gli occhi truccati di Armand, che furbetti ora ammiccano ora rifuggono lo sguardo di Mohmoud, fanno commedia eccome. Due sotto il burqa è un film divertente, costruito sugli equivoci di un travestimento (per amore) che non è idea nuova ma che, nel contesto del confronto/scontro tra culture, si rinnova per nascondere, nemmeno tanto, una riflessione attualissima sul vuoto esistenziale che spinge al radicalismo i figli europei degli immigrati di fede islamica.
due-sotto-burqaLeila (Camélia Jordana) e Mohmoud (William Lebghil), prematuramente orfani con a carico un fratello appena adolescente, sono facce opposte della stessa medaglia: lei, neolaureata, occidentale nei costumi, fidanzata con un francese (ma di origine mezza iraniana), sta per intraprendere un viaggio a New York che la porterà a lavorare per l’ONU; lui, lasciati gli studi prematuramente, ritorna da un viaggio che doveva essere di lavoro, ma che invece gli ha lavato il cervello e l’ha consegnato alla Jihad. Lei è decisa a partire e a condividere il progetto di vita con Armand (Félix Moati), per nulla condizionata dai mutamenti del fratello maggiore; lui rinnega il passato e si impone come solo padrone delle vite di Leila e del fratellino minore, che vorrebbe spedire in Yemen alla scoperta della “verità”. Figuriamoci tollerare in casa un francese miscredente. Ma siccome l’amore è folle e Leila viene costretta nella sua abitazione, Armand si inventa donna, impara tutto ciò che c’è da sapere sui costumi islamici, veste il nero niqab e si finge amica di Leila. Recita talmente bene, snocciolando perle di saggezza antica, che Mohmoud si innamora di lui, cioè di lei.
La commedia è ben scritta, diverte, evita gli stereotipi beceri, e quando ne infila qualcuno lo fa per dissacrarlo. Consapevole che ridere di una realtà tragica che ingabbia giovani di seconda generazione non solo in Francia, in una radicalizzazione cieca e ignorante, alimentando un’intolleranza che diventa terreno fertile di una assurda anacronistica guerra santa nella definitiva eclissi di Dio, Sou Abadi, ironizza sulle ragioni delle conversioni, identificando nella fragilità individuale e nella povertà culturale le ragioni di un equivoco che ha riletto il Corano in chiave strumentale.

Semplificando qua e là, ma senza buttarla in farsa, la sceneggiatura riesce ad accostare mondi diversi per definirne le congruenze, enfatizzandole, sovrapponendo le similitudini e marginalizzando la banalità dei giovani radicalizzati, spaesati anche nella moschea, che sembrano aver abbracciato un ideale come si abbraccia la fede per una squadra di calcio. Tra una risata e l’altra Abadi ironizza sulla pochezza intellettuale e sulla mancanza di impianti ideologici, politici, religiosi che muovono questi giovani di periferia che giocano alla Jihad, guerra su misura per soldatini da videogame, che non chiedono ma eseguono. I risultati li conosciamo, e non fanno per niente ridere.

Vera Mandusich

Due sotto il burqa

Sceneggiatura e regia: Sou Abadi. Fotografia: Yves Angelo. Montaggio: Virginie Bruant. Interpreti: Félix Moati, Camélia Jordana, William Lebghil. Origine: Francia, 2017. Durata: 88′.

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