Father and Son

Scrivo mentre torno in metropolitana dopo essere stato al cinema, e penso alle persone intorno a me, al legame con i loro genitori e con i loro figli, e mi chiedo se qualche volta siano stati delusi da loro, se hanno trovato modo di amarli, di esserne orgogliosi, se hanno riso con loro almeno una volta.

Sono i padri che fanno i figli o i figli che fanno i padri?
Su questo paradosso che in vario modo, anche per sottrazione, si gioca il percorso di vita di ciascuno di noi, da figli, figlie o padri – e father_and_sonnella complessità delle relazioni famigliari, anche da madri – si reggono punto d’attacco e sviluppo di questa intensa terza opera di Kore-eda Hirokazu, che con la delicatezza e la freschezza di una fuga, riesce a portarci naturalmente dentro la storia di un caso estremo, sviscerando i dilemmi della paternità che difficilmente riusciamo ad articolare, a confessare a noi stessi, fino a trovare un punto d’arrivo che chiude la vicenda ma lascia vibrare nel pubblico le corde profonde come una lunga eco.
La condizione di messa in discussione dell’identità di padre (e di madre) da cui parte il film è un caso raro e terribile ai giorni nostri, seppure molte volte utilizzato nel cinema e in letteratura: lo scambio in sala parto di due bambini.

Scoperto a sei anni dalla nascita, quando entrambi si apprestano a iniziare le elementari, lo scambio, com’è prevedibile, ha prodotto percorsi di vita molto distanti, quello all’interno di una famiglia ricca rivolta al successo economico e professionale, l’altro in seno a una famiglia dalle ambizioni più limitate, con qualche problema economico ma al contempo più attenta alla bellezza della quotidianità, dei rapporti, della cura.
Il punto di vista che l’autore abbraccia è quello del protagonista Ryota, il padre in carriera (interpretato dall’attore Masaharu Fukuyama). Una scelta condotta con rigore e coerenza per tutto il film, funzionale al tema vero, cioè l’assunzione non tanto del ruolo di padre, ma piuttosto dell’identità di padre, molto diversa da quella di madre, per sua natura viscerale e genetica. Paternità che entra in crisi proprio nel momento in cui quello che è stato fino a un momento prima il figlio amato, improvvisamente non lo è più, non lo è più in senso genetico. Resta da decidere allora cosa farne di quel groviglio di amore, aspettative, rimorsi, desideri e sentimenti di protezione che hanno riempito la vita e che adesso bisogna decidere se mettere da parte o continuare a donare, sapendo che l’oggetto era sbagliato, era il figlio sbagliato. Col dubbio che fosse sbagliato davvero, perché non ha mai risposto del tutto alle aspettative, alle performance immagine_father-and-son_46169richieste nel suo duro mestiere di figlio, e che di contro, cresciuto in un’altra famiglia, ce ne sia uno migliore, più efficiente nel rispondere ai desideri di successo.
Resta da decidere se questo amore-possesso sia possibile cucirlo nuovamente addosso al figlio vero, almeno sul piano genetico, anche se non lo si è conosciuto e risponde a regole diverse, che da padre non può accettare, aprendo nuove domande sulla qualità dell’essere padre e sul modello di famiglia a cui si è dato vita.
Ho impiegato  quindici anni a ricreare l’ecosistema di questo bosco“, dice un ricercatore al protagonista.
Caspita così tanto?” chiede Ryota.
Le sembra tanto?“, l’uomo sorride ironico e si allontana.
Si delinea attraverso il pedinamento di questo padre confuso, la morfologia di un percorso di crescita che porta il protagonista, e il pubblico con lui, a scoprire una dimensione della paternità che gli era sconosciuta, più profonda e più voluta, più intima. A dare corpo a questo percorso, nella costruzione del film contribuiscono non poco dialoghi ben scritti, che nella semplicità dei concetti, hanno la forza e la grazia dell’autenticità, nemica di ogni intellettualismo posticcio.
Dialoghi, brevi e potenti si innestano su un tessuto narrativo molto ben congegnato che sfrutta al meglio il tempo filmico, attraverso una regia asciutta che non si concede compiacimenti e produce un ritmo di eventi e svolte, di scene e controscene, mai fine a se stesse, che determinano per tutto il film una tensione di fondo, psicologica e emotiva, capace di farti dispiacere, dopo centoventi minuti, che sia arrivata la fine.

Massimo Donati

Father and Son

Sceneggiatura, regia e montaggio: Kore-eda Hirokazu. Interpreti: Masaharu Fukuyama, Machiko Ono, Yoko Maki. Origine: Giappone, 2013. Durata: 120′.

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