Intervista a Daniele Gaglianone

I nostri anni 

I marciapiedi di una stazione  e gli ossessivi pilastri di una stazione. Parte da questi immagini ossessive bianco e nero il viaggio nella memoria che Daniele Gaglianone costringe gli spettatori a percorrere. Uno degli esordi italiani più interessanti dell’anno, stilisticamente molto ricercato con la sovrapposizione di più piani temporali e narrativi ed un’elaborazione molto accurata e pertinente dell’immagine. Dopo anni i destini di due anziani, Natalino e Alberto, che erano stati molto amici durante la guerra, tornano ad incrociarsi. Il primo vive solitario in montagna è contattato da un ricercatore universitario e riporta a galla i ricordi delle imboscate delle camice nere e la morte del compagno Silurino. Il secondo, mentre trascorre l’estate in un ospizio, scopre che uno degli ospiti è il capo dei fascisti. Tra flashback angoscianti Alberto va incontro a Natalino e lo convince a farsi giustizia da sé in un finale che va verso la farsa e la tragicommedia. Molto intense e pregevoli le prove degli attori alla prima esperienza Virgilio Biei, Piero Franzo e Giuseppe Boccalatte.

Da 10 anni lavori con l’Archivio nazionale cinematografico della Resistenza (Ancr) di Torino. Il film nasce da questa esperienza?
“Il film nasce dalle suggestioni e dagli incontri con le persone, i loro volti, le loro voci mentre ricordavano con me episodi tristi e felici della loro gioventù. Per diversi anni ho lavorato a raccogliere testimonianze orali sulla Resistenza. Un lavoro che ha costituito una base importante di documentazione. La prima stesura della sceneggiatura risale a 7 anni fa, di getto, e grosso modo è rimasta la stessa. Sono argomenti che conosco abbastanza bene, che sento miei. Anche le riprese ed il montaggio, cui abbiamo dedicato due mesi in tutto, sono stati un lavoro veloce, da parte di un gruppo che credeva in quel che stava facendo”.

Per ricordare quasi 60 anni dopo hai scelto la strada della fiction e non quella del documentario.
“La storia che mi interessava raccontare non poteva emergere da un documentario. A me interessava la percezione che i 2 hanno del loro passato e del loro presente. Ho cercato l’astrazione, mi interessava riunire aspetti delle persone che avevo incontrato. Nel ricreare la realtà non ho voluto che fosse identificabile il preciso momento o il luogo ove era avvenuto il fatto passato. Per me erano elementi poco importanti, lo vedevo sia come un film sulla memoria che sulla vita che se ne va. Rappresenta anche un tentativo cocciuto e vitale dei personaggi di aggrapparsi a quello che resta della loro esistenza”.

I due non professionisti che interpretano gli ex-partigiani hanno davvero fatto la Resistenza. Che cosa ha rappresentato questo per il film?
“Hanno dato un contributo importante in fase di ripresa che ha arricchito il film. Avevo dei timori iniziali perché chi ha vissuto degli episodi come quelli ci resta in qualche modo legato, ma è andato tutto bene. Ho girato in luoghi dove si era combattuto anche se non ci sono eventi riconoscibili. Si è creato un bel rapporto fra attori giovani e anziani, lavoravamo sempre tutti insieme, ho cercato di costruire uno spirito di gruppo fra gli interpreti perché le esperienze degli ex-partigiani giungessero ai giovani che li dovevano interpretare”.

Perché hai scelto di girare in bianco e nero? C’è anche un lavoro notevole con diversi tipi di pellicola.
“Il bianco e nero mi piace perché aiuta lo spettatore ad andare da un’altra parte, è come affacciarsi ad una finestra diversa. Il bianco e nero fa sì che i personaggi restino con la mente ad allora. Usare il bianco e nero con forti differenze tra una sequenza e l’altra è stata anche una sfida, per la quale devo ringraziare il direttore della fotografia Gherardo Gossi. Le parti resistenziali le abbiamo girate con pellicola scaduta, macchina a mano e filtro molto contrastante. Alberto, l’ex fascista, all’ospizio è invece ripreso sempre da un carrello in movimento: rappresenta una tensione latente, un qualcosa che non funziona e si rivela solo più avanti. Fatica a distinguere il passato dal presente, è un’ossessione continua, tutto si accavalla nella sua mente”.

La storia è giocata su più piani temporali che si intersecano: una decisione presa in partenza o una soluzione trovata durante la lavorazione?
“Il film l’ho pensato e costruito così. Nella realizzazione si è evoluto, alcune cose sono state modificate, ma l’ho montato come era stato scritto su più piani temporali”.

Il tuo film esce in un periodo non semplice, dopo la sconfitta della sinistra alle elezioni, quando avanza un’idea della storia che vuole ridimensionare il valore della Resistenza.
“Ho sempre pensato che fosse un film sull’oggi, a maggior ragione mi sembra attuale. Spero che questa situazione faccia in modo che qualcuno in più lo veda. Anche la selezione a Cannes nella Quinzane ci ha dato una grossa mano per uscire nelle grosse città, speriamo che la voce corra ed il film arrivi anche in provincia”.

I nostri anni è interamente prodotto da Gianluca Arcopinto senza finanziamento pubblico.
“Non abbiamo fatto richiesta sull’articolo 8 per poter girare in fretta, senza dover aspettare le risposte. Abbiamo invece presentato domanda per avere i contributi alla distribuzione ma non abbiamo ricevuto nulla e la situazione della distribuzione in Italia è sotto gli occhi di tutti. Meglio così, è stato più difficile ma non dobbiamo dire grazie a nessuno. Far vivere il film ora è molto più complicato che farlo. Certo è molto difficile riuscire a sopravvivere e continuare a lavorare facendo queste cose perché gli spazi sono sempre più stretti. Allo stesso tempo è molto stimolante”.

a cura di Nicola Falcinella

(Pubblicato sul n°16 della versione cartacea, settembre 2001)

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