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Nicola Mai e la forza dell’etnofiction: Caer al Sex Worker Festival di Bologna

Incontro con Nicola Mai al Sex Worker Festival di Bologna

Penso che a volte soltanto la finzione possa dare una testimonianza veramente ricca della vita sociale;
a due condizioni: che la finzione sia fatta in collaborazione con coloro che la recitano
e che si conoscano perfettamente i fenomeni che si vogliono descrivere.

Jean Rouch

Si è conclusa la prima edizione del Sex Worker Festival di Bologna, organizzata dal Movimento Identità Trans (Mit), e Caer (Caught), vincitore del Divergenti Film Festival 2021, non poteva mancare. Questa volta, però, abbiamo potuto incontrare il regista Nicola Mai in un momento festivaliero tanto partecipato quanto familiare.

Caer è un documentario sperimentale realizzato in collaborazione con il Collettivo Interculturale Transgrediendo, attivo nel Queens, a New York. Il film racconta la lotta politica delle donne trans latinoamericane coinvolte nel lavoro sessuale. In particolare esso si concentra sulle vicende di Rosa e Paloma, arrestate arbitrariamente dalla polizia mentre passeggiavano per strada o nella propria casa per il solo fatto di essere trans, anche se in quel momento non stavano lavorando.
Il film intende denunciare le conseguenze della criminalizzazione del lavoro sessuale negli Stati Uniti, dove sia il cliente sia le sex worker sono puniti dalla legge. Il fatto più aberrante è costituito dall’arbitrarietà di una legge chiamata walking by trans che permette l’arresto di una lavoratrice sessuale trans anche quando cammina per strada, senza alcun bisogno di cogliere la persona in flagranza di reato. Le conseguenze di questa legge portano a un’ulteriore emarginazione delle sex worker, costrette a non uscire di giorno per paura di essere arrestate anche quando vanno a fare la spesa. Come nel più cinico episodio di The Wire, la polizia, interessata esclusivamente alla propria statistica di arresti, si limita ad applicare questa legge terribile, senza preoccuparsi delle sue ricadute e di quanto peggiori notevolmente la realtà sociale delle soggettività più emarginate.

L’ultima opera di Nicola Mai segue le orme dell’etnofiction di Jean Rouch, ovvero quel tipo di film che innesta un racconto di finzione, costruito insieme ai soggetti coinvolti, sulle vicende reali dei protagonisti. In questo modo si cerca di ridurre la distanza tra il soggetto e il regista-sociologo, democratizzando il processo di scrittura del film. A proposito di Rouch, la discendenza di Caer da un film com Moi, un Noir (1958) si fa evidente nelle sequenze in cui i protagonisti rivedono il girato in sala e i loro commenti vengono registrati e integrati, a sottolineare l’aspetto processuale dell’opera finale.

Esito di una ricerca sociologica più ampia (quattro anni), Caer è anzitutto uno strumento di lotta costruito da e con il collettivo per diffondere le proprie istanze. Lo stesso autore è rimasto colpito dalla forza di attiviste come Ashley e Jennifer (Rosa e Paloma nel film) e di tutte e persone coinvolte nel documentario, al punto che si è visto costretto a modulare la sua metodologia di lavoro più volte nel film, in collaborazione con le protagoniste. Abituato a utilizzare l’elemento di finzione anche per proteggere l’anonimato dei soggetti o a ricorrere a personaggi collettivi, secondo le tecniche dell’etnofiction, il regista è rimasto sorpreso dal coraggio di queste attiviste a cui non importava affatto di mantenere segreta la propria identità o di filtrare la propria esperienza. Le necessità della lotta semplicemente non lo permetteva.
All’urgenza della denuncia si aggiunge il bisogno di rivivere e rielaborare alcuni eventi traumatici delle protagoniste, come un rito apotropaico che scongiuri i pericoli che incombono sulla vita delle sex worker. Questo è ciò che accade nella sequenza in cui Jennifer/Rosa ha voluto rivivere il suo arresto, avvenuto nella sua stessa camera da letto ad opera di un agente fintosi un cliente: tutti gli elementi della messa in scena, dai vestiti che portava quel giorno ai guaiti del cane lasciato solo ,sono stati ricostruiti con rigore dall’attivista insieme all’autore.
Caer è dedicato a Lorena Borjas, madre della comunità trans latinoamericana nel Queens, morta di COVID-19 nel marzo 2020.

da Bologna, Isabelle Tonussi

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