Second Chance: una di troppo

scDov’è Susanne Beir? Dopo il generoso premio Oscar come miglior film straniero per In un mondo migliore (in un anno di candidature fiacche, il 2011), la regista danese sembra essersi smarrita. Dagli esordi vicina al Dogma 95 al 2010 aveva infilato una serie di film interessantissimi, da Non desiderare la donna d’altri (2004) al bellissimo Dopo il matrimonio (2006), fino ad approdare ad Hollywood con l’intenso Noi due sconosciuti (2007). Quindi l’Oscar e poi opere dimenticabili, tra cui – ahimé – Second Chance, che pure prende le mosse da un’idea suggestiva.
Andreas e Anna, poliziotto e consorte, hanno da poco avuto un bambino, che però una notte muore durante il sonno (o così pare). Andreas pensa bene di sostituirlo con un altro infante della stessa età, sequestrandolo a Tristan e Sanne,  una coppia di tossici sfatti già denunciata per maltrattamenti, e lasciando loro il figlioletto esanime. Ovviamente Anna non gradisce il regalo. Quel bimbo non suo non mitiga il senso di colpa per la prematura perdita del figlio. Soffocata dall’ansia, una notte si toglie la vita gettandosi da un ponte. Mentre Tristan è accusato di infanticidio e di occultamento di cadavere, si scopre che a causare la morte del bambino non è stato un soffocamento, ma le percosse di Anna in depressione post-partum. A questo punto il cerchio si stringe attorno al poliziotto che – grazie all’intervento del collega amico – ristabilisce l’ordine delle cose, riconsegnando il neonato alla madre legittima, che ovviamente, lontana da Tristan, si disintossicherà e vivrà felice e contenta.
I presupposti per un bel thriller psicologico c’erano tutti. Personaggi che si muovono al limite della legalità, cortocircuito etico, conflitto tra ciò che sembra bene e ciò che sembra male (con sfumature annesse), il disorientamento della prima genitorialità, condizioni che ad un certo punto scatenano una serie di eventi che hanno un’origine straordinaria, ovvero una decisione che sfida la norma: sostituire un figlio morto con un altro Susanne Bierdestinato alle sofferenze di una famiglia devastata da droga e violenza. Invece, la trama della Beir e dello sceneggiatore Anders Thomas Jensen inizia a fare acqua già a metà, quando ad una regia di maniera (la maniera di Dogma, con macchina nervosa e traballante), impegnata ad alternare paesaggi da cartolina mai significanti e primi piani che cercano vanamente di emozionare lo spettatore, si aggiunge uno sviluppo narrativo poco credibile, con situazioni che reggono a malapena (vedi le indagini e gli interrogatori a Tristan e Sanne), nonché dialoghi incapaci di portare letture profonde del dilemma etico e spessore psicologico ai personaggi. Il conflitto che devasta Anna, la cosa più interessante del film, annacqua presto nel fiume gelido in cui la donna sceglie di morire. Allora ciò che rimane è la curiosità per un finale che dovrà in qualche modo giustificare l’azione del poliziotto e condannare il manesco eroinomane. L’impressione in chiusura è di aver assistito a un gioco narrativo poco avvincente e al declino artistico di una regista che, in bilico tra Hollywood e Danimarca, ha smarrito la vena che le permise di sintetizzare approcci estetici distanti.

Vera Mandusich

A Second Chance

Regia: Susanne Beir. Sceneggiatura: Susanne Beir, Anders Thomas Jensen. Fotografia: Michael Snyman. Montaggio: Pernille Bech Christensen. Interpreti: Nikolaj Coster-Waldau, Maria Bonnevie, Ulrich Thomsen, Nikolaj Lie Kaas, Lykke May Andersen. Origine: Danimarca, 2014. Durata: 104′.

https://www.youtube.com/watch?v=yDQ7mX3SA80

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