SPECIALE La La Land

lalaland_GTLui, Sebastian, suona il pianoforte per intrattenere coppie disinteressate alla musica e perse in cene prenatalizie; lei (Mia) lavora come cameriera in un bistrot in prossimità degli studi della Warner. Lui (Ryan Gosling) sogna di aprire un jazz-club in cui far risuonare il verbo originale di una musica magica che rischia di morire; lei (Emma Stone), quasi scontato, vorrebbe fare l’attrice, nonostante infili una serie di umilianti provini. Si incrociano per caso e dopo le resistenze di rito, la seduzione reciproca li mette uno accanto all’altra. Passano le stagioni e l’idillio scricchiola di fronte alla vita, carica di occasioni da afferrare e, forse, sogni da realizzare.

Semplice semplice, quasi banale, se non fosse che la messa in scena e la materia colorata in forma di musical trasformano La La Land in un film tutt’altro che scontato. Dopo WhiplashDamien Chazelle torna alla musica con una carica di energia strabordante, guardando ai classici del genere, da Cappello a cilindro ai, citati scopertamente, Un americano a ParigiCantando sotto la pioggia e West Side Story (con quel volo tra le stelle). Colori sgargianti, brani musicali magnifici (scommettiamo che il tema “City of Stars” diventerà un classico?) e coreografie da capogiro, segnano il ritorno a un cinema spettacolare e mitico, nel senso proprio del termine, nel solco di una tradizione che Hollywood si sforza costantemente di mantenere viva, così come avviene a Bollywood, a mezzo mondo di distanza. Cinema come fabbrica dei sogni, ieri oggi sempre. Dissimulare il reale, generare menzogne credibili e farsi specchio del mondo, magari per meglio La-la-land-danza-stellecomprenderlo proprio attraverso il suo anagramma. Il musical è lo spettacolo del cinema, da quando il sonoro si è incarnato nella pellicola muta tra i rocchetti della macchina da presa, e doppio spettacolo da quando il technicolor ha impastato di realismo (realismo?) i corpi in bicromia dei divi. Non sarà Bob Fosse, ma che Chazelle non si accontenti di un musical post-moderno e di concetto, si capisce dalla prima inquadratura, un piano sequenza pazzesco con numeri di ballo in piena autostrada, sopra auto e camion, a cavallo delle carreggiate mentre la fila pigra del traffico diventa sfondo colorato che chiama a gran voce gli anni 50.
I protagonisti potrebbero essere tutti, tra questi ballerini e cantanti, invece il destino ci mette di fronte Seb e Mia, che aspirano a diventare artisti veri, ma che in fin dei conti non sono poi così straordinari (e in questo non eccellere nel canto e nel ballo, sono estramentente simpatici). Ma siccome siamo nella citta degli angeli e delle stelle, non è detto che un’occasione non si presenti prima o poi. Così, nel cuore di Hollywood, lui e lei si innamorano e volano letteralmente verso il firmamento, cancellando delgi anni 50 le tensioni delle gioventù bruciate e dei selvaggi ribelli, per distillare l’euforia per una trasformazione culturale in chiave borghese, ovvero un’emancipazione controllata di cui i protagonisti sembrano figli, meglio: nipoti. E fa strano davvero La Lasovraporre quell’estetica sgargiante ad un racconto d’amore e desideri contemporaneo, quando un tip tap può essere interrotto da un messaggio whattsapp e una suoneria fastidiosa.
Se il musical è esploso negli anni 30, come maschera dell’America angosciata dalla Grande Depressione e poi manifesto del New Deal, fuga onirica dalle oscurità della crisi economica prima e dalla guerra poi, espressione della retorica dell’ottimismo, capace di mettere tra parentesi la realtà per due decenni, adesso c’è da chiedersi cosa metaforizzi La La Land, se non il bisogno di fare memoria prima che tutto si dissolvi nella sciattezza del calderone informatico, compreso lo spettacolo del cinema allo stato puro. I numeri di canto e ballo, che alterano la percezione naturalistica della narrazione cinematografica, risuonano oggi più che settant’anni fa come incongruenze scioccanti che dichiarano la natura del cinema, nella scoperta messa in scena nella messa in scena dell’impossibile, perché l’impossibile possa farsi metafora. La La Land dunque stringe su una storia d’amore come pretesto per ritornare al cinema quale puro intrattenimento, per non dimenticare che la musica è storia profonda del costume e prima ancora dei popoli (il jazz), e che l’America confederale deve al cinema e a questa musica il proprio immaginario, anzi la propria identità culturale.
E se così non fosse, allora ci troveremmo a fare i conti con la riesumazione di un cadavere che, nonostante sia stato ripulito, rimane insopportabilmente putrescente. Quanto musical è ancora possibile?

Alessandro Leone

It’s another day of sun

“It’s another day of sun”, è con questa constatazione che si apre il nuovo film del giovane talento Damien Chazelle, che torna alla regia dopo il successo di un paio di anni fa con Whiplash. La musica è nuovamente la protagonista di questo straordinario film che racconta di giovani sognatori nella “City of stars”, Los Angeles, anche ribattezzata come La La Land (città dei sogni). la-la-land-goesling
Fin dall’inizio Chazelle invita lo spettatore a prepararsi a qualcosa di diverso dal normale: siamo in inverno è il sole splende alto nel cielo, in un’austostrada il traffico è totalmente bloccato, i clacson non smettono di suonare e ognuno ascolta la propria musica all’interno della sua vettura, quando all’improvviso una giovane ragazza dal vestito giallo paglierino comincia a cantare e, uscita dalla propria macchina, a ballare generando una reazione a catena che coinvolgerà tutti gli automobilisti nei paraggi, in un’esplosione di gioia ed energia. Sequenza di ballo entusiasmante che si conclude con un’altra donna dal vestito giallo come il sole, che alza le braccia al cielo mentre la macchina da presa si solleva verso l’alto per andare a svelare lo skyline di Los Angeles (altra protagonista del film). In mezzo all’inferno del traffico si trovano anche Seb, musicista jazz disoccupato che vive di serate occasionali in cui è costretto a suonare Jingle Bell e altre canzoni natalizie, e Mia, aspirante attrice che si guadagna da vivere in un caffetteria all’interno dei favolosi Warner Studios. È noto come l’amore nasca quando meno te lo aspetti, con la persona che meno pensavi e a seguito di una serie di assurde combinazioni… sarà l’alternarsi delle stagioni a scandire lo sviluppo della relazione che si instaura tra questi due giovani artisti, dall’amore puro e genuino della primavera ai segnali delle prime fratture in autunno (fall).
LaLaLegendDamien Chazalle sceglie quindi il musical, per raccontare la realtà facendo paradossalmente distaccare lo spettatore da essa e da un approccio razionale, sostituito invece dalla fantasia. Non per altro è stato definito da certa critica “il film che fa tornare a sognare”. Un tale scelta, in combinazione con i temi affrontati (amore, desideri, felicità), potrebbe far pensare ad un qualcosa di twee, ma tutto viene invece affrontato dal regista/sceneggiatore con estrema cura, verosomiglianza e profondità, senza cadere mai nel banale. La La Land è un film che vive di  particolari, ogni dettaglio è rigorosamente curato: dal poster dei film The Black Cat  di Albert S. Rogell e The Killers di Robert Siodmak  appesi in casa di Mia, alle microespressioni sul volto di Emma Stone, all’attenzione nello studio delle coreografie, dei movimenti di macchina e della messa in scena. Damien Chazelle ha dunque attentamente analizzato quelli che erano gli elementi dell’età d’oro di Hollywood, gli anni ’50, per riportarli con una vena nostalgica in un contesto contemporaneo: si parte dal cinema con richiami diretti a film come CasablancaGioventù bruciataUn americano a Parigi e Cantando sotto la pioggia; Mia indossa abiti sgargianti (verde smeraldo, il blu elettrico e il giallo mimosa) con scollo all’americana, vita alta e gonna svolazzante lunga fino al ginocchio, che rimandano direttamente agli abiti delle dive dei musical anni ’50;  stesso discorso riguarda le scenografie, in particolare l’appartamento di Mia che si alterna tra pareti rosa e blu, piastrelle verdi e mobili d’epoca. Infine marcato è il richiamo alla musica jazz nella sua concezione più pura, che torna indietro fino alle sue origini in “una piccola catapecchia del New Orleans”.
Puro e innocente è l’amore che il regista porta sullo schermo, così come non siamo più abituati a vedere ai giorni nostri, fatto di piccoli gesti e LaLa-Land-2attenzioni “step by step”. La sceneggiatura è altrettanto curata come la messa in scena: gli sguardi che si incontrano, lo stringersi la mano al cinema, il sostenersi l’un l’altro e l’incoraggiarsi a vicenda sacrificando qualcosa per il bene di chi ti sta accanto. Un valore questo che spinge Seb a prendere la decisione di accettare la proposta di un vecchio compagno di studi (John Legend) di suonare in una band che fa della modernizzazione e distorsione del jazz con l’introduzione della componente elettronica la chiave del proprio successo. Da lì a breve anche Seb sarà coinvolto in questo processo corruttivo tra fama, ricchezza e successo. E in una stupenda sequenza dall’effetto straniante, in cui durante un concerto dai caratteri pop provvisto di luci stroboscopiche, coro e corpo da ballo con la folla che spinge e sgomita per avvicinarsi al palco, mentre Mia è completamente sbigottita da quello a cui sta assistendo, Chazelle sembra solo volerci dire: “La gente ormai non capisce più un…”.
“Do you like the music you are playing?”. In un momento di tensione e apparente rottura dell’equilibrio, in cui le riprese fluide e sinuose dalle lunghe carrellate che caratterizzeranno il resto del film vengono spezzate dall’utilizzo della camera a mano, solo Mia è pronta a far tornare il proprio amato sulla retta via e ricordargli ciò che le aveva insegnato fin da subito: fregarsene del giudizio e approvazione della gente e far quello che realmente si ama con passione e senza compromessi. Mia in parallelo è spinta da Seb a contare su se stessa e le proprie capacità e scrivere e interpretare uno spettacolo tutto suo fregandosene di fare audizioni per quelli che lui ironicamente definisce “pishi kaka”.  Ma purtroppo la fiducia e sicurezza in se stessi può arrivare a vacillare nel momento in cui non si hanno segnali concreti e di approvazione da parte del pubblico, quindi viene da chiedersi spontaneamente come si può essere soddisfatti della propria arte se non piace alla gente o non trova visibilità?

Di nuovo all’improvviso la musica prende piede, tutto ciò che che li circonda (inclusi i problemi) sembra scomparire e i protagonisti vengono proiettati in un mondo di felicità, gioia, emozione fino ad accorgersi che tutto accade per un motivo… e che la costanza, la pazienza, la perseveranza e i tanti sacrifici fatti hanno garantito infine il successo e riconoscimento tanto desiderato, piccolo o grande che sia!
E se l’Amore per Damien Chazelle riesce a proiettare dall’osservatorio di Griffith ai confini dell’universo, allo stesso modo l’estrema passione di questo giovane artista per il cinema, la musica e la vita non può far altro che riempire lo spettatore di felicità per il cinema e per La La Land.

Samuele P. Perrotta

La La Land

Sceneggiatura e regia: Damien Chazelle. Fotografia: Linus Sandgren. Montaggio: Tom Cross. Musiche: Justin Hurwitz. Interpreti: Ryan Gosling, Emma Stone, John Legend, J.K. Simmons, Finn Wittrock, Sonoya Mizuno, Rosemarie DeWitt, Josh Pence. Origine: Usa, 2015. Durata: 128′.

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