Una donna fantastica

donna-fantasticaOrlando (Francisco Reyes), un imprenditore tessile, ha 57 anni e vive a Santiago del Cile. Separato da circa un anno, con un figlio ventenne e una figlia di sette anni, vive adesso un’intensa storia d’amore con Marina (Daniela Vega), una donna molto più giovane di lui. La sera in cui lei festeggia il suo compleanno e lui le promette un viaggio alle cascate di Iguazu, Orlando ha un malore: si sveglia nel bel mezzo della notte, cade dalle scale di casa e Marina, disperata corre in ospedale, dove l’uomo muore. La polizia apre una blanda indagine, ma solo perché la donna in realtà è un transgender. Per lo stesso motivo la famiglia vieta a Marina di presentarsi alle esequie.

una-donna-fantasticaCo-prodotto da Pablo Larrain, regista che da qualche anno sta raccontando la storia contemporanea del Cile e le sue attuali contraddizioni, Una donna fantastica, premiato a Berlino con l’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura, è un film che affonda nel pregiudizio che ancora marginalizza come degenerati uomini (o donne) dall’identità sessuale incerta. Sebastian Lelio, che già aveva raccontato nel precedente Gloria un personaggio femminile “fuori norma” (una quasi sessantenne divorziata che vince la solitudine con incontri occasionali), affronta senza retorica un tema su cui è facile scivolare, calcolando il rischio di una rappresentazione stereotipata o troppo imparentata con il cinema di Almodovar. Invece il film è prima di tutto la cronaca di un lutto, di una storia d’amore spezzata improvvisamente e, successivamente, del dramma psicologico di Marina, costretta a tremende umiliazioni pur di affermare l’autenticità di una relazione che non aveva macchie di impurità o di depravazioni, così come sospettano polizia e famiglia. Come se l’identità di genere venisse prima dell’individuo (che poi è così nella maggior parte dei casi).
Il regista procede nei primi venti minuti con la messa a fuoco lineare di un rapporto che, se è leggermente fuori asse, lo è solo per la differenza di età che separa lui da lei. L’intensità amorosa viene espressa con un crescendo di promesse reciproche che passano dagli sguardi agli abbracci e dal regalo di un viaggio magico verso una delle sette meraviglie del mondo (le cascate Iguazu, la cui prorompente portata ipnotizza in apertura). Non c’è dubbio che sia vero amore, e questa certezza diventa essenziale per comprendere la determinazione di Marina/Daniel nel difendersi dalle accuse di aver vissuto un rapporto di prostituzione violenta (sospetta la poliziotta) o di convenienza (sospetta la famiglia). Lo svelamento dell’identità transgender arriva lentamente e, nonostante alcune asprezze caratteriali che rendono il personaggio ancora più vero, scatta un’identificazione che sfocia nell’empatia.

Daniel Vega è magnifico nell’espressione di una femminilità per nulla incompleta, costruendo un personaggio forte nell’affermare il proprio diritto all’ultimo saluto al suo amante, e al tempo stesso fragile e in cerca di comprensione (il maestro di canto), al cospetto di un contesto ancora viziato da chiusure e preconcetti (Marina definita come frocio è il sintomo di un’ignoranza persistente e cieca). La famiglia di Orlando è l’emblema di un paese che al cospetto della modernità di facciata fatica ad emanciparsi, mentre Marina respira libertà e vitalità.
Tutt’altro che pesante nella narrazione, Lelio lascia che il film, in perfetta tradizione latino-americana, si sposti a intermittenza sul realismo magico, con sequenze oniriche e soluzioni visive che esaltano il potere immaginifico dell’autore, per nulla intimorito dalla possibilità di perdere il contatto con la verità esistenziale di Marina.

Vera Mandusich

Una donna fantastica

Regia: Sebastián Lelio. Sceneggiatura: Sebastián Lelio, Gonzalo Maza. Fotografia: Benjamín Echazarreta. Montaggio: Soledad Salfate. Musiche: Matthew Herbert. Interpreti: Daniela Vega, Francisco Reyes, Luis Gnecco, Amparo Noguera, Aline Kuppenheim. Origine: Cile/Germania/Spagna/USA, 2017. Durata: 104′.

Commenti

commenti