El ser querido (Essere amato) è il nuovo film dello spagnolo Rodrigo Sorogoyen. Passato a Cannes, dove non ha vinto nulla, è stato riproposto alla Festa del Cinema di Roma, e il 16 novembre uscirà nei cinema italiani.
Come in tutti i suoi (pochi) film e nella notevole serie Dieci capodanni, al centro dei film di Sorogoyen ci sono verbosi duelli verbali, densi, realistici e mai noiosi, nonostante la durata. El ser querido si apre con un dialogo al ristorante tra il regista interpretato da Javier Bardem e sua figlia Emilia, impersonata da Victoria Luengo (appena vista in Amarga Navidad di Almodóvar): dura diciotto minuti, ma passano senza che ce ne si accorga. I
due non si vedono da ben tredici anni: l’ormai trentenne Emilia è nata quando Esteban era giovane, non ancora il regista da Oscar che è poi diventato. Ormai maturo, con una nuova moglie americana e due bambini da rivista («come siete biondi!» dirà loro la sorellastra quando finalmente li incontrerà), cerca di riaggiustare il rapporto con la figlia, attrice poco in carriera e (perciò) cameriera in un bar, offrendole la parte della protagonista nel suo nuovo film (ricorda Sentimental Value). L’incontro tra i due – davanti a un branzino, alla birra e al vino che Emilia beve in quantità un po’ eccessive (nei film di Sorogoyen ogni dettaglio è curato, realistico, anche il cibo, che si vede spesso mangiato e maneggiato) – è un miscuglio di nostalgia, di occhi lucidi, di ammirazione e disprezzo vicendevole, di rancori che non si trattengono ed erompono in liti subito smorzate. Questo minuetto tra la voglia di amare e l’incapacità di farlo, che rimane irrisolto, è il tema e la struttura della prima sequenza e di tutto il film, che poi sposta la messa in scena di questa anti-trama (un conflitto che non si risolve mai, un andirivieni continuo di emozioni in opposizione) su un set cinematografico.
Emilia accetta il ruolo nel film del padre, e così i due si ritrovano nelle lande desolate di Fuerteventura, dove è ambientata la nuova «película» diretta da Esteban, un film storico sulla colonizzazione spagnola del Sahara negli anni Venti. Esteban-Bardem è un uomo dispotico, forte, che in passato beveva e alzava le mani, e che pur avendo superato certe violenze non le rinnega del tutto: credeva e crede ancora che con un atto di forza, volitivo al massimo grado, può tenere insieme tutto, può ristrutturare il mondo (quello della sua vita e quello rappresentato nei suoi film). Forse un tempo era così, ma oggi non più. La forza di Esteban viene messa in discussione dal set, con le sue asperità – non «magico» come vuole spesso la retorica, ma un luogo di lavoro scomodo e stancante, di solitudine e musi lunghi e panini mangiati davanti ai monitor –, e dall’altrettanto aspro incontro con la figlia, in fondo mai conosciuta. A non funzionare più è il suo atteggiamento da uomo-regista-padrone, certo, ma non solo e non soprattutto: tanta critica si è limitata a vedere nel film una semplice critica al patriarcato, ma Sorogoyen mette in scena molto di più. Quello che si vede è, più fondamentalmente, la fine dell’efficacia di un atteggiamento dispotico verso il mondo, con il quale Esteban è riuscito per tanto tempo a donargli un senso. Sul caos della realtà ha sempre imposto la griglia della narrazione, «classica», da film, lineare e semplice: ancora tenta di giustificare le sue assenze raccontando ad Emilia delle cose «che non sai», ma lei non è più disposta ad ascoltarlo, e piuttosto gli impone di darle non l’ennesima inefficace storia, ma una semplice risposta – «ti rendi conto del dolore che mi ha causato la tua assenza?», «sì» risponderà dopo una lunga pausa, commosso, Esteban.
In El ser querido Sorogoyen fa un discorso molto onesto sul cinema, che oggi è messo continuamente di fronte alla propria inefficacia: la realtà lo aggredisce con la sua complessità, e ne rosica i margini di capacità di attribuire senso. La storia di Deserto, il film storico che Esteban sta girando, appare rigida e noiosa rispetto a quello che vediamo del backstage, e cioè rispetto alla complicata relazione padre-figlia. C’è persino una scena in cui il momento del ciak, che Esteban vive con estrema serietà – più volte ripete «siamo professionisti!», «questo è un set serio!» –, viene desacralizzata dagli attori, che non riescono a smettere di ridere. Esteban reagisce con aggressività, ma il mondo non si lascia rimettere a posto così facilmente: la sua reazione da regista-padrone gli fa recuperare il contegno dei suoi attori per il tempo necessario a girare la scena, ma causa le dimissioni dell’intero reparto di fotografia (non a caso guidato da una donna). Continuamente la vita straborda sul film, con le tensioni tra Esteban e Emilia che influenzano le riprese, con qualsiasi cosa che sembra più interessante di quello che stanno girando. E i limiti della narrazione vengono anche enunciati esplicitamente: Emilia dice alla nuova moglie del padre che «ci sono cose più importanti del cinema».
Eppure, questo prevalere della vita reale, con la sua complessità che il cinema non sembra più in grado di replicare, lo stiamo vedendo in un film. E questo è quello che rende Sorogoyen così bravo, forse il più bravo. Emilia è tante cose, le dice il padre: «Donna grintosa, attrice insicura, figlia arrabbiata», e il cinema fa fatica a contenere questa moltitudine irriducibile. Però, se il regista è bravo, può riuscirci ancora. Come nella scena in cui Esteban-Bardem sta facendo colazione in un hotel infestato di turisti in ciabatte, con gli auricolari alle orecchie, la preoccupazione alimentare per i figli piccoli («ah è cioccolato questo! Mangia anche l’arancia»), e arriva Emilia in una tenuta altrettanto prosaica – gobba sul telefono, quasi in pigiama, con i capelli bagnati. Sembra impossibile riscattare un momento tanto banale, ma Sorogoyen ci riesce, e proprio servendosi del cinema. Mentre Esteban sta osservando la figlia da lontano, nei suoi auricolari parte una musica drammatica, una colonna sonora appena inviatagli sul telefono da un assistente, che subito sovrasta ogni altro suono: così, la ragazza mezza addormentata che si trascina davanti alle spremute e alle brioche, cambia. Grazie allo sguardo cinematografico di Esteban/Sorogoyen – che ora la sta guardando come un padre ma anche come un regista e come lo spettatore di un film –, Emilia diventa qualcos’altro: una figura inspiegabile, stratificata, profondissima, irresistibile. È proprio grazie alla rappresentazione cinematografica che noi possiamo vederla in questa sua misteriosa e autentica dignità.
da Roma, Roberta Bennato




