Nato e cresciuto a Varese, Davide Serino è uno degli sceneggiatori più importanti dell’attuale panorama televisivo e cinematografico: nonostante la giovane età, nel suo curriculum può vantare opere come Esterno Notte, M – Il figlio del secolo, The Bad Guy e La città proibita. Serino è passato ai Giardini Estensi proprio per presentare quest’ultimo e ne abbiamo approfittato per estrapolare alcuni argomenti di cui ha parlato nel podcast Blue Velvet, realtà che sta diventando parte di Cinequanon.it.
Qual è la tua giornata tipo? Ti svegli al mattino e cosa succede?
La chiave di questo lavoro è la quotidianità, devi essere un po’ un monaco zen. Le mie giornate tipo sono di due diverse qualità: quelle in cui scrivo e quelle in cui faccio riunioni per scrivere. La mattina la tengo per scrivere, nelle giornate felici scrivo sei pagine di sceneggiatura; quando faccio riunioni facciamo brainstorming, a me piace lavorare con le lavagne e sviscerare scena per scena la serie o il suo soggetto. Lo abbiamo fatto molto per la serie The Bad Guy, con un gruppo di scrittura giovane, quando lavoro con persone di altre scuole come Stefano Bises, con cui ho scritto Esterno Notte ed M – Il figlio del secolo, e gli parlo di lavagna gli esce il sangue dagli occhi [ride, ndr]. È un lavoro artigianale, in cui devi imparare a farti le domande giuste.
Come gestisci i momenti di blocco?
Per fortuna, o sfortuna, lo sceneggiatore in Italia non può lavorare su singoli progetti, quindi quando hai un blocco da una parte vai sull’altro. La verità è che non puoi permetterti di avere veri blocchi, se devi consegnare domani devi farla funzionare in qualche modo.
Passando a M, com’è lavorare con un regista internazionale come Joe Wright? Qual è la differenza con i registi italiani?
Ci sono differenze enormi: non accetta il cambiamento di una virgola rispetto a quello che c’è sulla pagina. Se proprio degli attori insistevano molto per cambiare una battuta, ci chiamava e ne parlavamo.
M è stato un lavoro lunghissimo, ma partiamo dalla fine: come hai vissuto il grande successo della serie? E cosa ne pensi delle polemiche in relazione alle parole di Luca Marinelli sulla preparazione al ruolo?
Le polemiche sono state imbarazzanti, come sempre è un problema di empatia degli esseri umani contemporanei. Immagina stare un anno in quel corpo: ingrassare 20 kg, avere quei capelli, andare a letto che sei Mussolini, è un anno della tua vita che nessuno ti restituirà mai. Luca è stato di una generosità incredibile, ha dovuto sospendere il suo giudizio perché non puoi interpretare un personaggio che giudichi. Ha letto tutti i discorsi di Mussolini e ci ha anche dato consigli sulle battute. Sul resto, a un certo punto sei consapevole che l’opera che stai facendo è bella e sai che è una cosa importante, una cosa di cui sei fiero. Joe Wright ha alzato ulteriormente la portata del messaggio […], eravamo già entusiasti in fase di girato prima ancora di vedere il montato. Non potevamo prevedere la reazione del pubblico, sapevamo che potevano arrivare critiche bipartisan.
Uno dei grandi guizzi della serie è la gestione dell’empatia dello spettatore con Mussolini, come l’avete gestita?
Avevamo bisogno di avvicinare il pubblico col tono iniziale, un po’ rendendolo un underdog e un po’ con la rottura della quarta parete. Però avevamo in mente chiaramente l’idea di far abbassare le difese allo spettatore per poi colpirlo, per questo spero che lo spettatore che vede M lo faccia per intero: negli ultimi episodi diventa un thriller e quasi smette di parlare col pubblico. Tutto questo lavoro è stato pensato dopo tantissime chiacchiere con Joe. A lui è piaciuta tantissimo l’idea di partire con la commedia e chiudere in tragedia.
Nasci e cresci a Varese, ma nel tuo La città proibita hai raccontato Roma, com’è stato lavorare su una città che non è la tua di nascita?
Sono a Roma dal 2010, ma lì rimani sempre straniero. Avevo due compagni di scrittura romanissimi come Stefano Bises e Gabriele Mainetti, che però ha un’anima varesina avendo una nonna con cui è stato tanto proprio qui, sul Lago di Varese. È stato interessante lavorare con due super romani ed essere di Varese, avendo da una parte un grande amore della città e contemporaneamente un punto di vista esterno. Roma non può non cambiarti, come viene detto nel film.
Com’è stato scrivere le scene di combattimento?
La prima scena, in cucina, è molto narrativa: l’approccio della protagonista con i vari utensili che trova – dalla grattugia all’olio per frittura – era tutto scritto e pensato così. Le altre scene erano più generiche, Gabriele sapeva già che tipo di lavoro avrebbe fatto in fase di riprese. Scrivere ‘le botte’ è divertente ma non facilissimo, mi ha aiutato essere un grande amante dei manga come Ken il guerriero e Berserk. A me piace mettere i personaggi anche nei combattimenti.
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