La tristezza, la dipendenza, l’amore, i vent’anni. Molte sono le tematiche che ci racconta L’albero, il film d’esordio di Sara Petraglia presentato in anteprima mondiale al Festival del Cinema di Roma 2024.
Sara ha scelto di estrapolare dalla sua vita queste emozioni e mostrarcele attraverso Bianca (Tecla Insolia) e Angelica (Carlotta Gamba), due amiche innamorate della dipendenza d’amore, da cocaina e di libertà.
Sara Petraglia e Tecla Insolia sono venute a trovarci a Filmstudio 90 prima della proiezione de L’albero di giovedì 17 luglio ai Giardini Estensi, per raccontarci le loro sensazioni su questa storia così personale.

Dalle tante interviste che hai già fatto è emerso che L’albero è una storia che parla di te.
Perché hai sentito il bisogno di scrivere e raccontare una storia così intima?
Sara Petraglia: Perché era una storia molto cinematografica. Ogni tanto viviamo delle cose talmente assurde che già vivendole sembrano un film. Io in quel periodo mi ci sono buttata a capofitto perché ogni tanto vuoi toccare con mano delle cose più intense della vita normale. Ovviamente sapevo il privilegio di poterlo fare perché parliamo di una specie di noia borghese.
E quindi era una storia che aveva tutti gli elementi per stare in un film, anche troppi. Ne ho dovuti togliere molti quando ho scritto. Quello che è successo a me e alle mie amiche quando avevamo vent’anni… ogni giorno sembrava la scena di un film. Poi io non sapevo che ci avrei scritto una sceneggiatura, questo no. Però che era una cosa da raccontare sì, e quindi è uscita da sola.
L’ho scritta di getto. Non ci ho pensato al fatto che era una storia così intima, un po’ pesante e alle cose da dire su di me, non mi sono posta problemi. Mi sono posta il problema quando ho fatto il film. Mi sono chiesta “Che faccio lo dico? Non lo dico?” poi ho scelto di dirlo, se no avrei dovuto mentire dalla prima intervista, a questa di oggi e a quelle future. Sarebbe diventata una bugia lunga tutta la vita. Non c’era bisogno, chi se ne frega.
Una volta che hai scelto di raccontare della dipendenza, hai mai avuto un attimo di esitazione? Hai mai avuto paura?
S.P.: No, quello è il tema paradossalmente più facile del film, secondo me. Non ho avuto paura di raccontarla perché sapevo di cosa parlavo e soprattutto, se ne esci, sai anche che puoi uscirne; quindi, non ne parli necessariamente da un punto di vista malato. Se ci fossi ancora totalmente dentro, allora diventerebbe un film molto più claustrofobico e molto meno lucido in quello che vuole dire.
Qual è stata la tua prima emozione quando hai scoperto di dover interpretare Bianca, una tossicodipendente? Hai provato paura?
Tecla Insolia: Quando mi è arrivata la mail della richiesta al provino per questo personaggio, dalla descrizione c’erano molte cose che mi avvicinavano a Bianca, tranne la dipendenza da cocaina. Mi intrigava molto però – per curiosità da attrice. Poi ho conosciuto Sara, ho letto la sceneggiatura e ho detto “Ok, forse non è quello che mi aspettavo”.
Comunque, c’era qualcosa di questa storia che mi avvicinava tantissimo sia a Bianca che ad Angelica e penso fosse dovuto al fatto che è una storia di Sara. È una cosa che si evinceva da quello che aveva scritto. Io gliel’ho chiesto subito ed è stata molto sincera con me: mi ha raccontato quello che è stato.
Io e Carlotta ci siamo studiate – ci siamo pure divertite a chiedere a Sara – come fare, come muoverci per sembrare credibili nella realtà di due persone che fanno uso di cocaina da anni.
Dal punto di vista emotivo è stato molto bello perché mi sono messa in una condizione un po’ immaginaria rispetto a quello che leggevo, rispetto a quello che mi sono fatta raccontare da Sara.
È divertente mettersi nei panni di una persona immaginando e basta, non avendone esperienza.
Nel film vengono affrontate diverse tematiche, come la tristezza, l’adolescenza, l’amore, la dipendenza, ecc. Questo permette a molti di identificarsi. Secondo voi, però, qual è il vero cuore de L’albero tra tutti i temi affrontati?
S.P.: Per me è un film sull’avere vent’anni. È un film su un’età che è un po’ un’epoca, una parte della vita che diventa storia, non so come dire. È epico, è il periodo più epico che viviamo assieme all’adolescenza.
T.I.: Sono totalmente d’accordo. E quanto loro (le protagoniste) siano autentiche in questo.
Durante l’intero film si respira quella voglia di fermare il tempo. Bianca vorrebbe che tutto restasse uguale perché l’idea che qualcosa possa finire o cambiare la mette in agitazione. È un qualcosa che spaventa anche voi? Che rapporto avete con lo scorrere del tempo?
S.P.: Io ho dato ormai. Ho già vissuto con questo senso di oppressione del tempo che passa, che ti sfugge dalle mani. Quindi ora mi sento anche un po’ meglio.
Mi manca essere in quel modo lì, devo dire, è una nostalgia preziosa quella per il tempo per l’età. Non è solo una lagna negativa, però adesso io ho un rapporto col tempo più… adesso fugge veramente. Quando lo senti fuggire a vent’anni, non sai ancora tutto quello che ti deve succedere.
Adesso io sento che ho fatto bene a vivere così, ma è proprio ora che mi dovrei dare una mossa.
I vent’anni sono belli perché puoi buttar via il tempo, e non è sprecato soprattutto. Se non lo butti a quell’età lì…
T.I.: Probabilmente da quando abbiamo fatto questo film, mi è venuta (la paura).
Sono sempre stata una persona che non provava nostalgia, ma che si confrontava con la realtà. Sono sempre stata per forza di cose molto pragmatica. Poi, ascoltando Sara e il suo sincero innamoramento per quell’età, sono diventata un po’ specchio delle persone che mi circondavano, senza ovviamente lasciarmi influenzare totalmente.
Io probabilmente avendo così tanta paura non ci pensavo al futuro e adesso mi ritrovo attendendo, non so neanch’io bene cosa. E allo stesso tempo convivo quotidianamente con la paura di essere in ritardo su tutto o con il fatto che – per come sono stata nel tempo e per come non sono stata adolescente – ho già perso delle cose che non potranno più tornare.
Non vorrei dire a quarant’anni “Avrei dovuto fare di più o dovevo vivere in modo diverso”. Ecco, ho paura di questo pensiero.
L’aspetto che più mi ha colpito di Bianca è il suo rapporto con la poesia e la tristezza. Non a caso prende ispirazione da Leopardi, il grande pessimista. Tu invece che rapporto hai con la tristezza? Cosa ti è rimasto di lei?
T.I.: Il mio rapporto con la tristezza è un po’ il motore di tutto, come l’amore. È il motore nel senso che faccio esperienza di un’emozione e la immagazzino dentro.
Nella mia vita ho sempre cercato di essere il più triste possibile per ricordarmi quello che sentivo in quel momento per poi poterlo riprodurre – che è un po’ da psicopatici. Quando lavoravo, quando cantavo, insomma, quando recitavo. Quindi per me è vitale (la tristezza).
Bianca ad un certo punto dice “A me piace essere triste”. Io sono totalmente così.
Una domanda d’obbligo per i nostri lettori varesini. Che rapporto hai con Varese? È una città che hai avuto modo di conoscere?
T.I.: Io sono nata qua che mia madre lavorava in un ristorante – faceva la cameriera – e mio papà invece lavorava in una ditta di montaggi finestre a Milano. Milano costava troppo, e quindi si stava a Varese.
Mi hanno portata via quando avevo solo sei mesi, però il mio legame con Varese è durato nel tempo perché ho degli amati zii e cugini che stanno a Gallarate. Anche Pepe, il mio cane, sta qui: ha dodici anni, è grande ormai.
C’è un aneddoto che mi lega a questa città. Quando ero più piccola andavamo spesso a trovare gli zii. Pepe avrà avuto due anni e ci fu un giorno, dove nevicò moltissimo, che Pepe improvvisamente scappò. Io nella mia testa mi ero immaginata delle cose, ma dopo due ore è tornato; durante una tempesta di neve, capito?! Come se fosse andato a trovare la sua famiglia e fosse ritornato indietro.
E quindi per me Varese è un po’ questo, quel posto dove arrivi, vedi quello che è stato, e poi ritorni, te ne vai.
Per concludere, a proposito del tempo che scorre, se poteste scegliere una cosa della vostra vita che non cambierà mai, quale sarebbe?
S.P.: Il mio gruppo di amicizie. Spero che saremo amici per sempre.
T.I.: Direi lo stesso. Le persone che ci sono nonostante tutto.
A cura di Francesca Ponti
L’albero
Regia: Sara Petraglia. Sceneggiatura: Sara Petraglia. Fotografia: Sabrina Varani. Montaggio: Desideria Rayner. Musiche: Francesco Rita. Interpreti: Carlotta Gamba, Tecla Insolia, Cristina Pellegrino, Carlo Geltrude, Yamina Brirmi, Stella Franco, Beatrice Modica, Manuel Spadea. Origine: Italia, 2024. Durata: 92′.




