Marx può aspettare è un documentario intimo, personale, di Marco Bellocchio che racconto uno spaccato familiare, il suo, e il suicidio del fratello Camillo.
Il regista Palma d’oro alla carriera al 74° Festival di Cannes, sviscera i dettagli nei ricordi dei fratelli, che però piuttosto si ritrovano a parlare con poca pietà delle debolezze di questo ragazzo morto a 29 anni, che sembrava chiedersi “cosa deve esserci in un uomo perché sia un uomo, cosa mi si chiede per essere rispettato?”, senza poi trovare una risposta.
Le interviste frontali si alternano a spezzoni di film e a irruzioni del regista al di qua della cinepresa. Solo nella scena in cui Marco Bellocchio parla con i figli si scorge l’artificio della recitazione, di un discorso preparato; il resto del film scorre con la naturalezza di un reportage non scritto. La commozione è costante eppure trattenuta, come nella sobria e triste sequenza sul finale dove si alternano foto in cui Marco cresce e invecchia mentre Camillo resta sempre un ragazzo, quasi un uomo.
E tuttavia questo è fondamentalmente un film di parole, di commenti parole ragionamenti, che però si pronunciano solo sulla prassi del fatto. È un trattamento asettico? No, perché presto ci si accorge che il regista è ben consapevole, intenzionale, nell’evitare la parola esplicita su quel che sta dietro ad ogni parola detta dai fratelli e dalle sorelle – ormai anziani, un po’ prolissi e stentorei alla maniera dei vecchi.
Il filo rosso che lega le loro parole è il buco nero del dolore, del pesante dubbio di aver sbagliato, che questi ormai deboli vecchietti (sembrano lontani i tempi dei Quaderni piacentini e delle lotte sindacali) portano come Sisifo sulle spalle in eterno. “Siamo colpevoli di non aver visto, o non abbiamo responsabilità?”. Non c’è risposta a questa domanda muta che sta sullo sfondo e noi spettatori accettiamo velocemente questa aporia come inevitabile.
Colpisce l’immagine che il regista offre di sé, certo consapevolmente: è reticente, non dice molto e ride e contabilizza e sminuzza la tragedia, con gli occhi asciutti e la voce alta di fronte a tutti, alla sorella della fidanzata di Camillo, che invece ancora brucia di stizza al ricordo dell’indifferenza dei fratelli al funerale. Il Marco di oggi è struggente perché nel suo parlare sembra testardo, ammette senza esitazione di non ricordare di non aver voluto fare, quasi rivendica la sua non responsabilità, ricorda che si erano preoccupati un po’ enfaticamente per la madre (l’unica che invece sembrò assumere su di sé – seppur nella forma della superstizione religiosa – l’enormità e il peso della tragedia di Camillo, ammettendola come annichilente, mentre i figli spiegano, sistemano, divergono l’attenzione – ancora oggi).
Ma poi iniziamo a capirlo meglio perché vediamo che in fondo si comporta come faremmo anche noi, che nonostante la sfrontatezza non smettiamo mai di sentire la nostra responsabilità: lo spezzone di Gli occhi, la bocca dove le parole dette a Camillo vengono rimesse in atto rivelano la muta consapevolezza.
Bellocchio invecchia e diventa sempre più un regista descrittivo, che non ha più tesi da difendere, ma solo fatti da rinarrare discostandosi il meno possibile dalla realtà del loro accadimento: passa da Gli occhi, la bocca in cui la trama è di finzione, al Il traditore dove c’è l’imitazione pedissequa delle registrazioni dei processi, fino a Marx può aspettare, dove si rinuncia del tutto alla ricostruzione e si scelgono le foto le testimonianze dirette lo sguardo in camera, addirittura la sorpresa sincera colta dalla cinepresa del regista di fronte ad una rivelazione inaspettata.
Le idee un tempo riscattavano, oggi sono solo ‘quattro cazzate rivoluzionarie’, che Marco propina a Camillo come superficiale risposta ai suoi tormenti di individuo che però sono inassimilabili ad un sentire condiviso.
I registi sono quelli che arrivano quando le cose sono finite, così da poterle finalmente narrare e perciò riplasmare. In una società che ha distrutto la dimensione collettiva della storia, Bellocchio capisce che nessuno crede più ai simboli che tenevano in piedi i vecchi film lineari e unitari; l’unica pietra su cui si posano oggi le nostre coscienze sono i fatti: per ritrovare una mistica (riderebbe B. a questa parola, come rideva davanti al gesuita che lo considera un apologo della fede!) è proprio dai fatti che si deve ripartire, presentandoli nudi nella loro prassi – perché solo così li riteniamo degni di attenzione e credibili.
Bellocchio adatta il suo stile all’aridità della nostra esigenza perché sa che poi emergerà comunque, senza forzature, ciò che silenzioso pervade queste fredde descrizioni della corda e dei vestiti e della palestra e del servizio militare: il dolore ineffabile – e perciò tanto più significativo – che sovrasta tutti i dettagli e li illumina, se non di senso, di profondità.
La regia di Bellocchio in questo film porta a compimento la tendenza già intravista nei suoi ultimi lavori: ha smesso di commentare, e tace; perché dopo tanto vivere si è capito che le parole sono poca cosa, che gli intellettualismi non spiegano e non salvano, che anche Marx può attendere.
Roberta Bennato
Marx può aspettare
Regia e sceneggiatura: Marco Bellocchio. Fotografia: Michele Cherchi Palmieri, Paolo Ferrari. Montaggio: Francesca Calvelli. Musiche: Ezio Bosso. Distribuzione: 01 Distribution. Origine: Italia, 2021. Durata: 100′.




