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Sheep in the Box

Direttamente dalla 79a edizione del Festival di Cannes, arriva in sala fresco di concorso Sheep in the Box (Hako no naka no hitsuji, 2026) del regista Hirokazu Kore’eda, volto già noto alla Croisette per Un affare di famiglia (Manbiki Kazoku), sua magnum opus che gli valse l’ambita Palma d’Oro nel 2018. Ora, a tre anni dall’ultimo L’innocenza (Monster, 2023), il maestro giapponese torna a riflettere su tematiche a lui familiari attraverso un film certamente “figlio del suo tempo” ma che, nell’insieme, si rivela essere più insicuro degli altri.

Sheep in the Box (lett. “La pecora nella scatola”), pellicola in equilibrio tra fantascienza “leggera” e family drama, racconta la storia di Otone (Haruka Ayase) e Kensuke (Kotaro Daigo), una coppia di genitori che vive in un futuro «non troppo lontano dal nostro». Sono passati ormai due anni dalla tragica morte del figlioletto Kareku (Rimu Kuwaki) quando Otone e Kensuke vengono selezionati dalla Re-Birth, un’azienda che produce androidi, per partecipare a un programma sperimentale consistente nell’adozione di un bambino artificiale: una sorta di gemello meccanico di Kareku che dovrebbe aiutarli nell’elaborazione del lutto, ritardando sinteticamente (e simbolicamente) il decesso del ragazzino.

A una prima lettura della trama risulta automatico (se non ovvio) ritornare con la mente allo spielberghiano A.I. – Intelligenza Artificiale (2001): un classico del suo genere a cui Kore’eda “strizza” più volte l’occhio, sia nei contenuti (tra le premesse dei film non sono pochi i punti di contatto) sia in certe sequenze in cui l’omaggio visivo a Spielberg si fa evidente (come quella in cui Kareku viene aggiustato a seguito di una caduta, scena “sorella” di quella in cui David si guasta, invece, per un’indigestione di spinaci). Tuttavia, sarebbe inesatto – e, in una certa misura, scorretto – ridurre Sheep in the Box al film dello statunitense. La somiglianza è, qui, soltanto un’apparenza che va oltre il vecchio dilemma “originale contra copia”. Infatti, a distinguere le due pellicole vi sono almeno un paio di macro-elementi tra loro interconnessi: la scelta dell’immaginario favolistico e le modalità di relazione tra uomo e macchina. Se A.I. è il Pinocchio di Collodi, Kore’eda guarda, invece, all’universo valoriale (più che strettamente narrativo) de Il piccolo principe. Ne consegue che, dove David voleva trasformarsi in un “bambino vero”, Kareku desidera al contrario coniugare organico e inorganico; il suo personaggio si riconosce, quindi, per una caratterizzazione pressoché lineare, coerente sia con il suo essere (e voler essere) artificiale sia con il senso stesso di Sheep in the Box.

Otone (a sinistra) legge a Kakeru (al centro) “Il piccolo principe” in Sheep in the Box (2026).

Come suggerisce il titolo della pellicola – chiaro riferimento allo scritto di de Saint-Exupéry e, forse, anche alle famose “pecore elettriche” sognate dagli androidi di Philip K. Dick – al centro della narrazione non c’è il Kareku-scatola, mero contenitore del vero Kareku-pecora. La prospettiva si ribalta: non l’emozione dell’androide (da non confondere con l’autodeterminazione) ma dell’umano, non la casa che Otone sta progettando per i suoi clienti ma la famiglia che la abita – e che ne influenza la forma architettonica. Pertanto, ne deriva che l’attenzione di Kore’eda si rivolge tutta al concetto stesso di “relazione”, tanto soggetto quanto paradigma del suo cinema. Otone e Kensuke sono, pur in diverso modo, (a)gli estremi di legami irrisolti: tra loro stessi (marito e moglie; mamma e papà), nella loro famiglia e nel lutto del figlio che non riescono a elaborare. Risultato di questa difficoltà è una feticizzazione, una simulazione del rapporto mediante, appunto, un simulacro; sia esso un androide o un Tamagotchi (come viene “abbozzato” Kareku dal padre) poco cambia.

La “banda” dei bambini androidi in Sheep in the Box (2026).

Nonostante il leit motiv della pellicola sia, come visto, stimolante e attuale, Sheep in the Box presenta anche qualche “ma…” in termini strutturali. Il peso che il regista attribuisce alle singole linee narrative risulta talvolta sbilanciato, causando una sovra-visibilità di alcuni personaggi e/o situazioni (su tutti, il lavoro di Otone come architetto) a scapito di altri che, invece, valeva la pena di sviluppare (come il conflitto irrisolto di Otone con la madre o la “banda” dei bambini androidi). Questo si traduce, in generale, in passaggi che rimangono poco chiari e motivati, complice anche l’assenza di un conflitto forte – non emotivo, ma strettamente drammaturgico – che conferisca al film un ritmo più volontario che inerziale.

Muovendosi e ingarbugliandosi nelle sue stesse trame, Sheep in the Box si risolve come un “piccolo” quadro familiare e umano che, pur senza raggiungere le vette artistiche di altre pellicole, riconferma Kore’eda nelle vesti di maestro dell’essenziale; un essenziale che, mentre permea timidamente l’immagine, rimane – scrive de Saint-Exupéry – invisibile agli occhi.

Penelope Beltrami

Sheep in the Box
Regia
: Hirokazu Kore’eda. Sceneggiatura: Hirokazu Kore’eda. Fotografia: Ryūto Kondō. Montaggio: Hirokazu Kore’eda. Interpreti: Haruka Ayase, Kotaro Daigo, Rimu Kuwaki. Origine: Giappone, 2026. Durata: 116′.

IN SALA DAL 27 AGOSTO

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