Il giorno della verità secondo Spielberg
Tanto tempo fa, in un insolito spazio/tempo cinematografico, il giovane Steven Spielberg, forte del successo de Lo squalo, chiamava a raccolta il mondo intorno a un set dalle atmosfere lunari allestito per ospitare il più risolutivo meeting della storia contemporanea, l’incontro destinato a segnare il passaggio dell’umanità verso l’età adulta, o meglio da una lunghissima fase pulsionale e autocentrata a una comprensione della propria natura e dell’universo che ci ospita foriera di una saggezza pacificatrice.
Era il 1977, l’anno dell’Incontro Ravvicinato con gli alieni all’ombra della Torre del Diavolo nel Wyoming, vero ombelico del mondo e convergenza di ogni spirale fantasy generata dal cinema, dalla letteratura, dalla pittura e dai racconti orali, in cinquemila anni. Con la complicità di Truffaut, erede dei pionieri del cinema, Spielberg metteva in scena un grande avatar (induista), manifestazione di una divinità riparatrice per liberare l’umanità dal male: il più suggestivo ma anche il più fanciullesco dei sogni spielberghiani. Il nuovo anno zero ripartiva da cinque note, che poi diventavano la prima sillaba per ritrovarsi intorno a un linguaggio nuovo quasi fosse un fuoco caldo e ristoratore in una landa fredda. Linguaggio condiviso per abbattere confini e barriere, risolvere il rompicapo di Babele in un colpo solo e, allo stesso tempo, eradicare qualsivoglia infrastruttura protettiva: la famiglia, le religioni, gli stati nazionali.
Adesso ritorna sulle tracce di quell’incontro, senza mai citarlo, se non per criptiche allusioni visive, anzi depistando il pubblico, come se quel momento di massima ispirazione creativa fosse ormai una scatola dell’immaginario stipata in una cantina, magari quella della meteorologa Margaret, chiamata dagli altri quando era bambina, come fu per il piccolo Barry in Incontri ravvicinati del terzo tipo, per poi dimenticare. Ora, è lecito domandarsi: quel ricordo rimosso di Margaret, che poi coincide con il ricordo rimosso dell’altro protagonista di Disclosure Day, Daniel, è il fuoricampo di Incontri ravvicinati, che a questo punto è il ricordo di uno Spielberg trentenne ma già cineasta di un altro pianeta?
E’ questo che accade in Disclosure Day? E’ per questo che vive Disclosure Day? Per rammentarci che qualcosa era già accaduto quasi cinquant’anni fa, che ci eravamo lasciati con una promessa e che non saremmo dovuti arrivare alle soglie di una terza guerra mondiale, il cui male qui sembra rappresentato fumettisticamente dalla Corea del Nord, ma che invece è un cancro ben più diffuso e profondo?
In continuità con il suo immaginario, che è poi mutuato dai filmati falsi, o forse veri ma definiti falsi, dell’incidente di Roswell, secretati poi diffusi per sbaglio, ma forse per business o forse per il bisogno di mistero, e in continuità con il nostro immaginario che pure arriva da Roswell e dalle guerre dei mondi per essere alimentato dallo stesso Spielberg, il regista ritorna a quegli alieni: ne mantiene la morfologia e, coerentemente con i (forse) falsi più celebri della storia delle leggende popolari, li rende definitivamente veri, parte della nostra storia di terrestri, non più un’ipotesi su cui fantasticare. Non c’è nemmeno più bisogno di scoprirli lentamente, di intravederne inizialmente l’ombra, di sentirne la presenza attraverso interferenze telepatiche, quei corpi filiformi sono familiari, gli occhi a mandorla enormi, la bocca piccola, una fessura che finalmente si inarca per articolare un linguaggio che non ha più l’armonia dei suoni, ma che vibra come un singhiozzo soffocante per sussurrare verità nel giorno del disvelamento, il Disclosure Day. Questa volta in diretta mondiale, sempre dagli Stati Uniti (nemmeno fossero obbligati dalla storia del cinema a essere al centro del mondo), orizzontalmente tra Tv e social, un contatto diretto e senza la mediazione dell’esercito, come nel fazzoletto di terra del Wyoming, senza filtri, per tutti, e tutti contemporaneamente sottoposti allo shock della rivelazione per diventare adulti e salvarci dagli orrori che abbiamo prodotto. Ah, se la realtà fosse questa (citando Allen, Annie Hall).
Alessandro Leone
Sempre e ancora guardare oltre
Daniel e Margaret, informatico e hacker il primo, meteorologa la seconda. Quando inizia il film non lo sanno loro, non lo sappiamo noi, ma sono legati da un evento che ha scosso le rispettive infanzie e che poi hanno rimosso, o che forse è stato rimosso: il rapimento temporaneo su un astronave aliena, così come in Incontri ravvicinati del
terzo tipo accadeva al treenne Barry e ad altri uomini e donne. Nella sequenza più magica del film i due bambini sono sdraiati una accanto all’altro e qualcosa avviene intorno a loro e dentro di loro: questo qualcosa li renderà speciali trent’anni dopo, veicoli di un messaggio ecumenico e laico al tempo stesso, rivelatore di una presenza salvifica che non ha natura mistica, nel senso di divina, ma è aliena (e forse per questo altrettanto mistica).
La Terra è sull’orlo di un conflitto mondiale. I cattivi sono i nord-coreani (guarda un po’, gli unici che forse non guarderanno il film), non i russi, non i cinesi, non gli americani – mi verrebbe da dire – tanto meno gli israeliani o il mondo arabo con l’Iran in prima fila. Insomma nessun vero contatto con la realtà, ma un universo parallelo del tutto simile al nostro, dove riecheggiano echi di amministrazioni repubblicandemocratiche e di organizzazioni parastatali, paramilitari, più o meno segrete, più o meno intelligence, e dove chi è al potere presume che i comuni cittadini siano un gregge idiota, tele e social dipendente, organizzato in strutture semplici di pensiero (unico). In questo quadro, semplificato, dichiarare l’esistenza degli alieni desecretando dei file custoditi dalla Wardex Corporation per conto del governo USA viene visto come un atto terroristico (le cui ragioni però non sono meglio specificate).
Parte una caccia all’uomo, perché Daniel (Josh O’Connor, appena visto in Rebuilding) ha rubato tutti i file e serve un manipolo di “dissidenti” Wardex convinti che l’umanità debba sapere la verità e che questa consapevolezza cambierà i destini del mondo intero (in meglio). Parte anche una caccia alla donna, perché Margaret (Emily Blunt) improvvisamente manifesta poteri sovraumani che fanno pensare a una connessione con i propositi di Daniel. Per lei, i fuoriusciti dalla Wardex stanno invece preparando un vero e proprio set, che scopriremo essere una ricostruzione dettagliata della sua casa di infanzia, così da scatenare il suo inconscio e affiliarla definitivamente.
Siamo tra il fumetto, il film di genere e il film di genere girato da Spielberg (che è una cosa a parte), intrattenimento intelligente e a tratti spettacolare, ma con un fondo di urgenza. A quasi ottant’anni il regista statunitense, di cui è inutile elencare le doti, torna al popoular per assicurarsi un pubblico quanto più ampio possibile e lanciare un messaggio a un passo dalla fine del mondo nel mondo reale, dove pochi oligarchi impazziti giocano a Risiko con persone vere. E non c’è immaginario migliore dell’alieno (il diverso tra i diversi) che arriva dal cielo per intimare un ultimatum alla terra, non per scatenare guerre di mondi ma per evitare di friggere tutti al caldo bollente di una esplosione nucleare.
Certo, Joseph Campbell e le sue regole per un eroe cinematografico che si rispetti sono appena schizzate, Daniel e Margaret mancano di spessore morale, non assumono posizioni etiche, perché sono veicoli di un disegno altrui, e nemmeno rischiano di perdere qualcosa nel loro cammino avventuroso, non sono Roy di Incontri ravvicinati, che per inseguire il suo sogno abbandona moglie e figli, la sicurezza borghese di una casa e un lavoro. Anche il cattivone è un octopus in bozza, arrendevole troppo presto, mai spietato, con l’infrastruttura paragovernativa che si affloscia troppo presto e senza lottare davvero. Eppure – e questo è il miracolo di Spielberg, solo di Spielberg – a fronte di una sceneggiatura che a tratti perde acqua (ancora una volta scritta con David Koepp), il film funziona, corre bene, arriva al pubblico e si fa rivelazione sulle onde cerebrali di Margaret e la tenacia di Daniel. Emoziona perché sa avvicinare il nostro bambino dentro con ritmi di racconto da ventunesimo secolo (nell’era dello scroll). Gli alieni hanno qualcosa da dire e noi – bambini – siamo tutto orecchie per iniziare a guardare oltre noi stessi.
Vera Mandusich
5 buoni motivi per cui Disclosure Day ci restituisce la meraviglia del Cinema di Spielberg
Uno: in Disclosure Day il regista ritrova lo stupore dell’ignoto che ha reso immortale Incontri ravvicinati del terzo tipo. Spielberg si allontana dal cinismo della fantascienza contemporanea per rimettere al centro della scena la pura meraviglia del contatto con gli alieni. Proprio come nel capolavoro del 1977, gli extraterrestri di Disclosure Day non si manifestano attraverso distruzioni di massa, ma tramite un senso di attesa quasi religioso che squarcia la quotidianità della vita sulla Terra. Spielberg dimostra di saper ancora catturare quel misto di timore e attrazione che proviamo davanti a ciò che non possiamo comprendere.
Due. Il regista rimette in scena il nucleo emotivo di E.T. l’extra-terrestre attraverso il filtro della memoria e del trauma infantile: al di là dell’evento geopolitico della rivelazione globale, il vero motore del film rimane molto intimo. Al centro di tutto c’è il legame sospeso tra i personaggi di Emily Blunt e Josh O’Connor, uniti da quel contatto segreto avvenuto quando erano bambini e mai del tutto superato. Spielberg dimostra una sensibilità
straordinaria nel raccontare come lo sguardo dell’infanzia continui a riverberarsi sulle loro vite adulte, trasformando l’evento cosmico nella chiave per guarire le ferite interiori e i silenzi del passato.
Tre. Recupera inoltre l’azione e il senso dell’avventura pura della saga di Indiana Jones: nella seconda metà della pellicola, quando il mistero si trasforma in una vera e propria caccia al tesoro “ufologica” per anticipare i servizi segreti, il ritmo cambia marcia. Qui emerge lo Spielberg più dinamico: i lunghi piani sequenza, le fughe a rotta di collo e l’uso dello spazio scenico richiamano la coreografia perfetta dei suoi film d’avventura degli anni ’80. È un’azione fisica che rinuncia al caos visivo dei blockbuster moderni per restituirci il brivido di una messinscena vecchio stile, dove la tensione si costruisce con l’ingegno dei personaggi e la precisione della macchina da presa.
Quattro. La luce e la fotografia di Janusz Kamiński celebrano il suo tipico “marchio di fabbrica” visivo, richiamando le atmosfere di Minority Report: in Disclosure Day la luce non illumina semplicemente i corpi, ma diventa essa stessa un personaggio. I fasci bianchi e sovraesposti che filtrano dalle finestre, i controluce taglienti e i riflessi pulviscolari nell’aria riprendono quella fotografia densa che aveva reso unico il fanta-thriller del 2002. È un’estetica calda e sospesa tra il sogno e la realtà, un vero e proprio abbraccio nostalgico per gli amanti della sua cinematografia.
Infine, il film evoca la tensione claustrofobica de La guerra dei mondi per poi ribaltarne il significato profondo: quando la rivelazione rischia di trasformarsi in un collasso sociale, Spielberg rispolvera la sua straordinaria capacità di mettere in scena il panico collettivo. Proprio come nel film del 2005, il regista evoca un’angoscia ravvicinata fatta di folle in sommossa, ma solo per ricordarci che il vero pericolo è la nostra stessa paura. Il colpo di genio del film sta nel dimostrare che gli alieni non sono venuti per distruggerci ma per costringerci a guardarci dentro: il contatto diventa così una straordinaria lezione di ascolto, empatia e riconciliazione, l’unico vero antidoto contro l’autodistruzione della nostra civiltà.
Luca Masera
(cinemasera.blogspot.com)
Disclosure Day
Regia: Steven Spielberg. Sceneggiatura: David Koepp, Steven Spielberg. Fotografia: Janusz Kaminski. Montaggio: Sarah Broshar, Michael Kahn. Musiche: John Williams. Interpreti: Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson, Colman Domingo, Wyatt Russell, Henry Lloyd-Hughes, Jim Parrack. Origine: USA, 2026. Durata: 145′.




