È difficile scrivere qualcosa di Odissea. Le sue tre ore fluviali di proiezione sono un mondo a sé, uno spazio della grammatica cinematografica capace di declinare tutte le possibilità dello sguardo contemporaneo. Se Oppenheimer (2023) costituiva una sorta di piacevolissimo hortus conclusus, un sistema valoriale circoscritto e autosufficiente, questo Odissea in salsa anglosassone finisce per trasformarsi in un guazzabuglio di intuizioni labirintiche. Christopher Nolan assemblea di tutto, rimastica, appiccica, sutura e scollega trame e sottotrame proprio come la tela di Penelope. E lo fa rifuggendo ogni simmetria, sbaragliando cioè la logica di una regia coerente, per soccombere al magma delle libere associazioni, delle riflessioni, delle duplici o triplici pennellate che conducono all’anticamera del barocchismo. Il concept del film è imperscrutabile come il Nolan-pensiero, che è sguardo londinese ma americanizzato, e quindi fatto di tante particole frammischiate come nebulose sul punto di collassare in una furibonda giustapposizione. Odissea è composta da tanti pezzi di cinema anarchici, che dovrebbero stare insieme, gli uni appiccicati agli altri in una sola e sintetica epidermide, ma che invece, appunto per stare in tema, si disgregano e si sfrangiano in una Scilla dalle molteplici bocche.
A quale iperuranio aspira Nolan? Gli dei non ci sono – tranne Atena che appare come impalpabile presenza in un paio di scene. Quindi non si tratta di una Odissea spirituale, il cui obiettivo è comunicare con il sostrato profondo e contemplativo dell’umanità; Ulisse non è (non può) essere punito da Poseidone né aiutato da Eolo proprio perché gli dei permangono spettrali sul mare color del vino: ombre pallide e dimentiche di quell’antica kalokagathia che il nostro sguardo ha ridotto a disamorata miscredenza. Allora il bravo regista tende al dramma borghese, al ginepraio psicoanalitico dei figli abbandonati e delle madri rassegnate? Forse che sì, perché le scenette di vita domestica a Itaca si gonfiano oltremisura, dilatandosi incontrollate fino a divorare quasi completamente l’episodio di Circe e a mangiucchiare quello dei Ciclopi. Al netto dei mutamenti di prospettiva, degli adattamenti o di ogni altra scelta libertaria in capo al regista, quello che manca è la
compattezza, l’armonia di fondo di cui è causa proprio l’eccesso di creatività. Chi desidera tutto, perde la rotta. Se Elena è nera, perché Penelope resta una sottospecie di moderna casalinga che si adegua al “patriarcato”senza mai lasciarsi tentare da un moto di ribellione? La vera sovversione, chiamiamola in questo modo, la si intuisce al termine del viaggio quando l’eroe, almeno per un attimo, si fa antieroe: comprende l’errore, di essere omicida e ingannatore, e come lui la sua ciurma di predoni e tagliagole; eppure non si pente né si redime. Che Nolan critichi le democrazie occidentali, e in particolare quella che ha contribuito all’affermazione internazionale del suo brand?
Odissea secondo Nolan è una scatolona multimilionaria a tendenza democristiana: scendendo a compromessi con l’humus tradizionale – di Omero e pure di Dante – essa tende ad accontentare chiunque per scontentare forse un po’ tutti. Non è il trionfo del banale, né del già visto o dell’arcinoto, ma semplicemente un grande e sofisticato accomodamento che funziona da collante per ogni tipologia di pubblico.
Marco Marchetti
L’Odisseo di Nolan
Senza precauzioni Nolan accoppia mito e fantascienza – parentati stretti – generando un ibrido con qualche cromosoma fuori posto (quello del fumetto) ma non privo di attrattiva. Lo dice il pubblico, che non ha sempre ragione ma spesso sì, e che ancora non ha smesso di riempire le sale nell’estate forse più calda di sempre, lo dice, in parte, anche la critica. Il cinema torna ad essere spettacolo per tutti e sulla bocca di tutti. Odissea come Titanic, come Avatar, si fa popoular si fa argomento da bar da talk televisivo da podcast da riviste specializzate per tornare al bar, mentre si accende o riaccende l’interesse per il poema omerico. Già questo è un risultato, e oggi, diremmo, anche questo è fantascienza.
C’è da scommettere che Ulisse per lungo tempo avrà il volto di Matt Damon, come ogni transatlantico rimanda a Titanic (perlomeno alla sua prua). Pochi frame cinematografici restano davvero nell’immaginario collettivo, a fronte della considerevole produzione filmica annuale e planetaria. Quando accade, accade a Hollywood. Nolan oggi è Hollywood. E nel ripensare Hollywood (da inglese) tenta di coniugare botteghino e autorialità con un occhio all’Academy.
Confeziona la sua Odissea – la sua – rispolverando la mitologia a episodi degna di un serial e che avrà riscaldato chissà quante serate davanti al fuoco, prima di arrivare sulla carta. Rimpasta qualcosa che per natura non ha forma definitiva, incoerentemente con l’assunto ormai vetusto che un testo possa essere tradotto dal cinema. Non esiste traduzione (linguaggi diversi opere diverse) nemmeno quando il testo filmico pare seguire passo passo il testo letterario. In questo caso possiamo tranquillamente parlare di libera interpretazione, certamente con sapori anglosassoni, che è poi ciò che ha infastidito noi altri, lontani parenti dei greci e che i poemi omerici consideriamo seminali.
L’Odissea di Nolan esprime pienamente il suo autore dal punto di vista tecnico: la sfida dell’IMAX, il ricorso all’artigianato e a location reali con carpentieri a lavoro che trasformano in un’esperienza epica la stessa produzione. Il mare è mare, le navi sono navi (vichinghe con trucco acheo, ma che importa), come sono veri il fuoco e la distruzione di Troia nello spazio misurato dell’inquadratura. Gli episodi non sempre brillano per equilibrio all’interno del testo, certi passaggi sembrano reflussi gastrici di precedenti indigestioni di spettacolo, ma la linea regge con tutte le libertà del caso, nella sfida aperta alle aspettative del pubblico, di ogni singolo spettatore che è arrivato in poltrona con la propria Odissea e un carico di desideri. Ma c’è comunque cinema ed eccitazione.
Poi ancora Nolan con i suoi temi, i suoi azzardi filosofici su tempo e spazio, la sua visione dell’uomo che diventa a tratti ideologica. Il regista fa l’Americano (del nord): gli attori parlano con accento americano (anche quelli che americani non sono), si atteggiano secondo canoni recitativi americani. L’intenzione è scoperta: Ulisse è un eroe statunitense devastato dai traumi della guerra, si identifica con il viaggio, ha un rapporto disfunzionale con il divino e, dilaniato da sensi di colpa per aver concepito uno ‘strumento di distruzione di massa’, sceglie, perché in fondo sceglie, l’esilio; si addormenta per anni sotto l’effetto di sostanze psicotrope solo per rinsavire e chiudere virilmente la sua missione, per poi autopunirsi davanti agli effetti della sua condotta. Diremmo un Oppenheimer più risolto, o forse per certi aspetti più vicino a Batman. L’avventura pura diventa incursione nella psiche a tratti
semplificatoria, ma nella sostanza specchio di un paese che in fondo è ‘popolo del mare’ fingendo di non esserlo. E sempre in perfetta coerenza con il suo cinema, manca l’eros, che nel poema è centrale, terrestre e divino. Ulisse soccombe ai suoi traumi e non desidera altro che un’elaborazione che allontani la follia del devastatore di mondi e creature. Nemmeno per il figlio sembra tradire un vero piacere paterno. Ma quando in un film di Nolan l’eros si è tematizzato?
Infine nolaniana è la cinefilia, con rimandi visivi e concettuali alla fantascienza classica che, in questo caso, amplifica l’impressione di un appropriamento del mito per attualizzarlo e politicizzarlo, attenzione!, con dosaggi calcolati per non far vibrare eccessivamente nervi scoperti. L’immagine, tra molte, che perdura durante e dopo il film, è quella che quasi lo apre: il cavallo insabbiato che ricorda la Statua della Libertà sul finale de Il pianeta delle scimmie (film da rivedere assolutamente), racconto profetico di una pianeta Terra dopo il pianeta Terra in cui dalla catastrofe si generava una nuova storia del mondo ancora catastrofica. L’Odissea è lì nel mezzo: una catastrofe incastrata in un ciclo di altre catastrofi. Distruzioni-rinascite-distruzioni, la storia è destinata a ripetersi, la natura umana non cambia.
Vera Mandusich
5 buoni motivi per vedere l’Odissea
Christopher Nolan rielabora il mito omerico smontando l’epica classica per raccontare la parabola interiore di un uomo sconfitto dagli eventi: il suo Ulisse non è un eroe invincibile, ma un veterano della guerra di Troia tormentato dal tempo, dal senso di colpa e dal peso delle proprie scelte. Decostruendo il poema per trasformarlo in un’ossessiva indagine sulla memoria e sul senso del ritorno, il regista firma la riscrittura di un mito immortale che spoglia il divino per mostrare tutta la fragilità, l’ostinazione e la solitudine dell’essere umano.
Nolan gestisce il tempo e lo spazio con le sue solite, impeccabili geometrie: dopo i salti temporali di Interstellar, la morsa del tempo di Dunkirk e la struttura a incastro di Oppenheimer, il regista applica il suo marchio di fabbrica al “viaggio” per eccellenza. Il mare diviene un labirinto mentale dove il tempo si dilata, si spezza e si sovrappone: ogni approdo, ogni isola e ogni prova diventano ingranaggi di un meccanismo narrativo di assoluta precisione, in cui la macchina da presa orchestra la sospensione dell’incredulità con una potenza visiva che pochissimi nella storia del cinema hanno mai posseduto.
Il cast (nessuno escluso) regala interpretazioni viscerali capaci di dare carne e sangue ai simboli. Lontano dalla retorica dei film in costume tradizionali, Nolan lavora sulla sottrazione e sull’intensità emotiva degli attori: dai silenzi magnetici e dallo sguardo scavato del protagonista fino ai ruoli secondari che animano i fantasmi e gli ostacoli del suo viaggio, ogni prova contribuisce a radicare il racconto in una vertiginosa verità psicologica, trasformando personaggi millenari in figure dolorosamente vicine a noi.
La fotografia di Hoyte van Hoytema restituisce al mare, alla pioggia e alle spiagge una maestosità che diventa fisica, tangibile: rifiutando l’abuso della CGI, la luce e l’impianto visivo del film trasformano gli elementi naturali nei veri antagonisti della storia. Le onde imponenti, i cieli plumbei e il contrasto feroce tra luci e ombre regalano una fotografia materica e mastodontica. È un cinema gigante e primordiale, dove ogni inquadratura trasuda la fatica della navigazione e la spaventosa bellezza dell’ignoto.
La colonna sonora di Ludwig Göransson non si limita ad accompagnare l’azione, ma ne diventa il battito cardiaco: il compositore svedese rinuncia ai facili cliché per costruire un tessuto sonoro da incubo, ossessivo, teso e viscerale. Fatta di percussioni ipnotiche e silenzi improvvisi che stringono la gola, la musica si fonde al ruggito del mare e ai pensieri dell’eroe, trasformando il viaggio verso casa in un’esperienza acustica che da un lato travolge ciò che accade sullo schermo e dall’altro fa tremare il cuore di ogni spettatore.
Odissea
Regia e sceneggiatura: Christopher Nolan. Fotografia: Hoyte van Hoytema. Montaggio: Jennifer Lame. Musiche: Ludwig Goransson. Interpreti: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Elliot Page, Robert Pattinson, Charlize Theron, Jon Bernthal, Lupita Nyong’o, Samantha Morton, Benny Safdie, Bill Irwin. Origine: USA/GB. Durata: 172′.




