Tinto Brass si è congedato dalla vita per sopraggiunti limiti di età. La cosa non deve intristirci perché il regista, nell’arco dei suoi novantatré anni, ha onorato il cinema incarnandone un ideale totalizzante e wagneriano; anzi, il suo rapporto con la settima arte è stato tanto carnale – letteralmente – da farsi ascetico, vicino a una concezione demiurgica in grado di plasmare e direzionare l’esistenza umana. Pertanto nulla da dire, o da aggiungere, ai necrologi; nulla da sindacare sulla sua importanza storiografica, giacché il Brass “erotomane” ha in realtà mosso i primi passi, anzi la prima decade di carriera, nel mare magnum del cinema d’autore, raccattando premi sul lido veneziano e imponendosi, forse suo malgrado, nel conclave dei potenziali enfant terrible dell’intellighenzia cinematografica. Rischio che s’è evitato per un soffio, senz’altro con grande piacere – pure esso carnale, o almeno epidermico – di tutti gli altri spettatori che almeno lo hanno conosciuto (e lo ricorderanno) come una specie di outsider del genere.
Il problema non è tanto identitario: in sede critica nessuno si chiede se Brass sia stato un pornografo, o se abbia fatto invece soltanto della pornografia autoriale; parliamo cioè di quella pornografia che si colloca a distanza siderale dall’erotismo di fino che ancora si permettono gli oltralpini, soprattutto i francesi. Diciamolo meglio: la questione è sì identitaria, ma a posteriori. Loro, i francesi, hanno i vari Patrice Chereau, Catherine Breillat, il primo Bruno Dumont, l’immancabile Gaspar Noé, così come i danesi hanno avuto i Film dello Zodiaco (Stjernetegnsfilmene), l’oggetto misterioso forse più vicino al Brass-pensiero. E da noi, invece, qual è il bilancio complessivo degli ultimi trenta o quarant’anni? La chiave (1983), Monella (1998), Caligola (1979), Fallo (2003). Nient’altro. Qualche rapidissima incursione nel genere con Davide Ferrario e Aurelio Grimaldi, tutte cosucce di fine millennio che non hanno lasciato alcun segno se non le prime, innocenti perturbazioni adolescenziali; e poi? Il vuoto. Il nulla. L’assoluto e primigenio imborghesimento del pensiero interrotto forse, qua e là, da qualche erbetta verdognola comunque destinata all’estirpazione.
Il cinema è un fatto politico: tutti rimpiangono i grandi film e i massimi registi, innovatori e cantori di epoche tramontante; eppure nessuno dei nuovi virgulti ha il coraggio di riscoprire e reinventare le tradizioni. Siamo sessuofobi? Magari: almeno avremmo qualcuno con cui prendercela. Siamo soltanto stanchi, imbolsiti, fragili: un popolo di aedi scoraggiati da una contemporaneità grigiastra, senza codici per interpretare il presente e privi di sogni per codificare il futuro.
Marco Marchetti




