La sezione Perspectives della Berlinale, creata lo scorso anno dalla direttrice Tricia Tuttle come principale novità nella programmazione, è dedicata alle opere prime come terreno per le scoperte. E qualche pellicola interessante si è vista, a cominciare dal cileno Hangar Rojo di Juan Pabro Sallato e da Where To di Assaf Machnes, produzione israelo-tedesca.
Il primo, in un bel bianco e nero che tende allo scuro, inizia il 10 settembre 1973. Protagonista il capitano Jorge Silva, un ex paracadutista diventato responsabile della scuola di aviazione di Santiago. L’ufficiale accoglie il nuovo arrivato Hernandez, in una tensione palpabile. Tempo poche ore e scatta il colpo di stato contro il governo di Salvador Allende che vede l’aviazione coinvolta direttamente. I rivoltosi dubitano dei capi che avevano collaborato con l’esecutivo socialista e li imprigionano, li marginalizzano o li mettono alla prova. È il caso di Silva, costretto dai superiori a interrogare alcuni degli arrestati, mentre la scuola per aviatori diventa un centro di detenzione, e poi a trasportare alcuni prigionieri al famigerato Stadio nazionale dove sono rinchiusi prigionieri politici e semplici cittadini. Il protagonista (molto bravo Nicolás Zárate) è diviso tra il senso del dovere e della disciplina e la sua coscienza, ma resta apparentemente quasi imperturbabile, mentre vuole sapere a tutti i costi notizie della moglie, che insegna storia in università. Un bel film che rende molto l’atmosfera concitata di quei giorni e i dilemmi tra proteggere i propri cari e le proprie convinzioni e il mettersi in pericolo. Il regista filma con uno stile nervoso e nervoso, che tiene il capitano spesso al centro e il resto fuori fuoco.
Il film di Machnes, già autore di vari cortometraggi, è quasi tutto ambientato dentro l’auto di Hassan, cinquantacinquenne palestinese di Jenin, che vive a Berlino da molti anni con la moglie. L’uomo fa l’autista, prevalentemente di notte, trasportando berlinesi e turisti attraverso la città. Una sera carica il giovane israeliano Amir con un amico, ubriaco e reduce da una festa. Il cliente, a volte da solo e a volte accompagnato, diventa un cliente quasi abituale, tanto che nasce una sorta di amicizia particolare pur con una diffidenza che entrambi non nascondono. La vicenda parte dal maggio 2022 e si sviluppa fin dopo il 7 ottobre 2023. Diventa così un incontro/confronto tra due uomini distanti per età, ma entrambi espatriati e lontani dal luogo d’origine dilaniato da una guerra che riguarda anche loro. “Where To” è scritto bene, misurato, gli attori Ehab Salami e Ido Tako sono molto bravi. Si colgono i punti di vista e i vissuti diversi, tra commedia (soprattutto la sequenza del trasporto di una coppia di turisti israeliani con Hassan che capisce quel che dicono ed è raggiunto dalla telefonata del cugino Nasser) e dramma. Senza voler fare grandi ragionamenti politici, Machnes mostra che può esserci comprensione nella conoscenza e che ci può essere condivisione anche dei piccoli e grandi fallimenti della vita.
Non entusiasma Foret ivre della belga Manon Coubia, ambientato al rifugio alpino Ubine in Alta Savoia. Le storie distinte di tre donne che gestiscono il rifugio: Anna, Hélène, Suzanne. Tre stagioni che si susseguono, come se le protagoniste si dessero il turno, ma il nesso resta non detto: diverse tra loro ma tutte sole, anche nel lavoro. Anna sale a fine primavera per la riapertura, Hélène è nel pieno della stagione e delle presenze, Suzanne affronta la prima neve. L’angolo tra le montagne si anima raramente, i frequentatori si notano poco in una pellicola che si sofferma soprattutto sulle protagoniste e su spicchi di vette e di natura. La regista procede per frammenti e suggestioni, tranne nell’ultimo segmento più parlato e chiaro. Ci sono il ricercatore che cerca il gallo cedrone, le letture di poesia, i balli, gli scalatori, i giovani soldati di passaggio. Brandelli di storie, come se il luogo e la valle ne custodissero la memoria, ma il risultato resta un po’ troppo nelle intenzioni.

Si svolge all’aria aperta con un impianto teatrale, il tedesco Der Heimatlose – Trial of Hein di Kai Stänicke. Il trentenne Hein torna, accompagnato da barcaiolo, sull’isola nel nord della Germania da cui manca da molto. Era andato via a 14 anni e nessuno lo riconosce, neanche la sorella minore né la madre che è malata e svanita e morirà presto. La capovillaggio lo mette sotto processo, cercando le prove che sia davvero Hein. Perché non lo riconoscono? O non lo accettano? Cos’era successo? È davvero Hein o è un impostore? E perché è tornato? Le domande iniziali del barcaiolo forniscono qualche indizio allo spettatore, che resta a lungo nel dubbio. Lo spunto del ritorno e del temuto millantare è simile a Rose di Markus Schleinzer con Sandra Hüller, premiata con l’Orso per la miglior interprete protagonista, ma qui prende strade diverse. Siamo in un’epoca imprecisata, forse a inizio ‘900, su un’isola che non ha quasi contatti con l’esterno, una terra aspra, segnata dagli elementi naturali estremi. Der Heimatlose, che si potrebbe tradurre “il senza patria” (il pensiero va al bel “Matlosa” del ticinese Villi Hermann del 1981), è un film processuale in un villaggio fatto di case senza il tetto, solo con la facciata, come se fosse un set cinematografico. C’è qualcosa di interessante, come il rapporto con la terra d’origine e con la comunità d’origine, ma resta l’idea di artificiosità e l’insieme risulta tirato per le lunghe e alla fine un po’ prevedibile.
da Berlino, Nicola Falcinella



