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Calle Málaga

Carmen Maura non è stata solo la musa di Pedro Almodóvar, a ottant’anni è oggi una delle più iconiche attrici europee, amatissima, versatile, sempre intensa, coraggiosa. Calle Málaga ne è la riprova. La regista Maryam Touzani, già autrice del bellissimo Il caftano blu, le costruisce un film su misura, come un abito di sartoria da indossare e fare proprio. Lo spunto che anima il film è personale, intimo, arriva da ricordi familiari di Touzani, legati alla nonna spagnola e a Tangeri, al legame dell’anziana con la città che non aveva mai voluto abbandonare, nonostante le insistenze dei figli.
A Maura la regista chiede di dare rappresentazione fisica a quel vissuto privato, di portare sullo schermo la sua età senza mascherarla, perché il suo corpo adesso anziano possa fondersi con quello di una abitazione e tutti gli oggetti significativi che ne rappresentano la memoria viva e poi, ma forse ancora prima, di una città/comunità amata che è pure casa.

Un passo indietro, poche righe di sinossi. Carmen Maura è María Ángeles; spagnola di nascita, vive a Tangeri da una vita: lì è cresciuta, si è sposata, ha messo al mondo Clara (che a soli diciassette anni ha scelto Madrid), è rimasta vedova senza mai risposarsi e ha intenzione di trascorrervi gli anni della vecchiaia, attorniata dagli amici del quartiere. Quando la figlia – madre divorziata, schiacciata dalla crisi economica nonostante un lavoro come infermiera – torna a Tangeri per vendere la casa che la madre abita e che il padre le intestò prima di morire, per María Ángeles, che rifiuta di seguire Clara a Madrid, si aprono le porte di un istituto per anziani. Dopo aver accettato con dolore di assecondare la figlia, María Ángeles decide di riappropriarsi dell’appartamento e ricomprare parte della mobilia e degli oggetti venduti, trovando anche il modo di fare soldi con l’aiuto dei ragazzotti del quartiere. Questa nuova vitalità la porta poi a riscoprire desideri sopiti tra le braccia di un uomo di cui inaspettatamente si innamora.

Film di spazi, aperti e luminosi quelli della città multiculturale di Tangeri, chiusi e densi di memoria quelli dell’appartamento in cui ha vissuto María Ángeles, Calle Málaga si fa delicata esplorazione di un rapporto madre figlia che rifiuta il sacrificio materno come destino, laddove il sacrificio verso una figlia travolta dalle difficoltà significa rottamarsi anzitempo in attesa della fine, come se gli ultimi anni della vita di un individuo non possano essere forieri di sorprendenti trasformazioni. Velatamente è la tesi di Clara che per sanare una situazione difficile e poter guardare con serenità al futuro, forte del regalo paterno, non esita a sradicare la madre dalla terra di adozione ricordandole che è spagnola.
Touzani non si perde in dialoghi superflui tra mamma e figlia, preferisce che molto passi dagli sguardi, dalle posture, dai silenzi, dalle allusioni, come quando capiamo che non era maggiorenne quando (in conflitto con la madre?) Clara lasciò Tangeri per Madrid. La giovane donna è scolpita senza smussature, nette sono le superfici di un personaggio che inizialmente è tutto nella sofferenza soffocante del presente. L’incapacità di guardare il genitore come persona nel tempo (radicata nel passato e ancora degna di vivere il futuro in maniera attiva) da una parte le aliena le simpatie del pubblico, dall’altra fa decollare María Ángeles, quando decide con sfrontatezza, e senza badare alle conseguenze, di riprendersi ciò che le è stato sottratto. Se tutta la prima parte del film, la spoliazione progressiva della casa e l’irrispettosa “rottamazione” degli oggetti cari a María Ángeles, a vantaggio di un immediato tornaconto economico, materializza il teorema contemporaneo dell’insignificanza dei sentimenti di fronte al denaro – che oltretutto sembra costringere il corpo dell’anziana a una contorsione depressiva -, la seconda parte, dopo la parentesi divertente e brutale al tempo stesso nella RSA, risposta il valore sulla necessità del corpo di alimentarsi di uno spazio abitativo e sociale che non può coincidere solo con l’efficienza fisica in un’economia che guarda all’individuo come soggetto produttivo.
Può sembrare un sottotesto ideologico, ma in realtà il film sa spostarsi con grazia sulle istanze di María Ángeles, attaccata alla sua vita fatta di colorati mercati all’aperto, di piccole abitudini, di oggetti/memoria che allietano le giornate, di amicizie e solidarietà tra vicini, una zona di conforto meritata negli anni e destinata a rendere ciò che rimane dolce e caldo. Le mani di María Ángeles che sfiorano una parete, un mobile, una fotografia, un disco, sembrano delicate come quelle che accarezzavano i tessuti ne Il caftano blu, creando una adesione tra oggetti e corpi. Ed è ciò che riesce facile a Carmen Maura, che la rende davvero un gigante, la facilità con cui governa gli spazi filmici nelle situazioni corali più diverse e inaspettate, o nei frangenti in cui è in dialogo con se stessa, fino alla scoperta di un luogo abbandonato da tempo dove aveva confinato l’amore e il sesso, e dove spira una brezza inedita. Tutto è vita: ritrovare un corpo ancora sensuale, svelato in penombra nella sua nudità di fronte a un uomo e di fronte a noi spettatori, con naturalezza, è vita.
Ecco, questo rende Carmen Maura diva davvero, per sempre, mentre la società dello spettacolo rimuove la vecchiaia e la trasfigura in simulacri ridicoli di eterna giovinezza.

Vera Mandusich

Calle Málaga

Regia e sceneggiatura: Maryam Touzani. Fotografia: Virginie Surdej. Montaggio: Teresa Font. Musiche: Freya Arde.
Interpreti: Carmen Maura, Marta Etura, María Alfonsa Rosso, Miguel Garcés, Ahmed Boulane, Fouad Mnebhi, Mohammed El Aouni. Origine: Francia/Spagna/Germania/Belgio/Marocco, 2025. Durata:116′.

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