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L’anno nuovo che non arriva

Bucarest, 1989. Si avvicina il Natale, e le persone spariscono. È un fatto normale, tipico di tanti regimi comunisti, dove chi è inviso al potere, quello di Nicolae Ceaușescu, viene cancellato, letteralmente, dai documenti ufficiali, dalle foto pubbliche, addirittura dalle trasmissioni televisive. È da qui, da questo incipit ruvido e respingente, che prende avvio il lungometraggio di esordio del regista rumeno Bogdan Mureșanu, ovvero come eliminare il primissimo piano di un’attrice e soubrette, nemica del popolo e transfuga, i cui auguri di Natale saranno trasmessi a tutta la nazione. Operazione politicamente necessaria ma tecnicamente impossibile per i mezzi dell’epoca. Il think tank di operatori cinetelevisivi si rinchiude in una stanzetta per trovare una soluzione, che è la più banale ma anche l’unica auspicabile: reperire nella paludosa zona grigia di artisti compiacenti al partito un’attricetta drogata da poter utilizzare in sostituzione dell’innominabiledestituita. Ecco che l’ideologia ricostruisce il presente, ripensando la Storia e la contemporaneità, cambiando corpi con immagini di post-produzione e trucchi da prestigiatore da piccolo schermo, nel compimento di quella grande incognita dottrinale che è stata il livellamento socialista.

A questo principale corpus narrativo, Mureșanu attacca ulteriori corpuscoli, linee narrative che si intrecciano e sfilacciano l’una nell’altra, a volte solo sfiorandosi, altre volte scorrendo parallele, alle altre ancora interconnettendosi in una sinfonia medusea di resoconti tra il drammatico e il grottesco: un giovane che orchestra la propria fuga all’estero, un agente della Securitate vittima della sua stessa paranoia, un padre disperato quando viene a sapere che il figlioletto ha appena imbucato la lettera a Babbo Natale chiedendo “la morte di zio Nico”, e così via. Mureșanu ricorda molto, per affinità e forse per stile, il suo conterraneo Radu Jude, bucurestino di fatto e di ispirazione, tanto da condividere con lui quel (lo diciamo con rispetto) cannibalismo cinematografico, quella medesima e rigorosa impostazione di linguaggio che si apre all’ossimoro, al contrasto voluto ma sofisticato.

Giusto un paio di esempi: in I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians (2018) Jude si confronta con il passato filonazista della Romania del Maresciallo Antonescu: la sua analisi cinematografica, che in realtà si fa teatrale, metateatrale e quindi metacinematografica, crea calembour ad effetto come la scelta, intelligente e riproposta in tanto suo cinema, di interpolare alla narrazione frammenti di pellicole altre: in particolare, in I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians, quelli di Oglinda, grande film di Sergiu Nicolaescu risalente al 1993. È lo stesso Jude, sempre nel 2018, a realizzare il cortometraggio Cele doua executii ale Mareșalului, breve film in cui si confrontano, specularmente, le immagini reali dell’esecuzione di Antonescu con quelle ricostruite, ripensate e narrativizzate di Nicolaescu. Bogdan Mureșanufa un po’ la stessa cosa, e cioè riprende, papale e palese, il suo cortometraggio del 2018, The Christmas Gift, per inserirlo nel tessuto epidermico de L’anno nuovo che non verrà senza alcuna variazione. Un cortometraggio inglobato e conglobato da un lungometraggio fluviale di oltre due ore.

L’attuale cinematografia rumena analizza così tanto e così bene la propria Storia da trasformare il dialogo con il recente passato, e soprattutto con il crollo del regime, in una cifra stilistica che diventa a sua volta dialogo con tutto il cinema rumeno e con le varie stratificazioni che esso comporta. Mureșanu, come d’altronde Radu Jude, parte dalla sua città, ovvero la capitale della Romania. Entrambi smontano la metropoli, declinandola secondo la complessità affascinante della lingua rumena, che è appunto fatta di flessioni nominali e aggettivali, di melodiose asperità e di contrasti etimologici: vocabolario latino che collide con contaminazioni slave in una rete unica e particolarissima. Anche la conurbazione si frange a queste sottigliezze, dilatandosi e sfilacciandosi in spazi atemporali che costantemente si reinventano nei sogni allucinatori di dittatori comunisti e di architetti megalomani. Proprio da qui, da questa presunzione costruttivista, i due abili registi, Jude e Mureșanu, geograficamente e culturalmente affini, rifondano retrospettivamente il passato, creando collegamenti audaci, delineando un solo grande rizoma di riferimenti iperconnessi. Ve lo ricordate Non aspettarti troppo dalla fine del mondo (2024), penultimo film di Jude? Lì Bucarest era innanzitutto la storia della sua cangiante fragilità, quella di una costante mutazione urbanistica: il quartiere Uranus che proprio all’approssimarsi della rivoluzione del 1989 viene abbattuto (con le sue dimore signorili, le stradine e le chiese) per far posto al terzo edificio più grande del mondo: l’enorme, mastodontico ziggurat della Casa Poporului: il parlamento visionario di marmorea e trapezoidale monumentalità che ancora oggi domina incontrastato l’orizzonte rumeno. Qui, invece, nel film di Mureșanu, Bucarest e il suo quartiere sono costantemente nominati, ripensati e citati, ma di fatto, se non a brevi scorci, mai davvero inquadrati. Muresanu affida Bucarest al racconto, ma la nega allo sguardo: il suo film è tutto un lavorio di stanze, inquadrature su facce, primi piani, totali, interni, taxi, qualche fuoriuscita en plain air ma sempre con la macchina da presa puntata sui corpi, le schiene, le capigliature, i dettagli. Jude e Muresanu sono complementari e oppositivi: l’uno esalta, mostra, sottolinea, srotolando le sue trame e sottotrame in un nastro di Moebius che torna su se stesso come iperbole impazzita; l’altro nega, racchiude, incapsula, addomesticando la forma cinematografica in un Kammerspiel d’interni. Per scavare nell’interiorità di una nazione, bisogna d’altronde conoscere molto bene le sue varie e contraddittorie superfici.

Marco Marchetti

L’anno nuovo che non arriva

Regia e sceneggiatura: Bogdan Muresanu. Fotografia: Boroka Biro, Tudor Platon. Montaggio: Vanja Kovacevic. Interpreti: Adrian Vancica, Nicoleta Hâncu, Emilia Dobrin. Origine: Romania, 2024. Durata: 138′.

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