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Un poeta

Una folgorante opera seconda

Sulla parete spoglia della camera in cui vive Oscar Restrepo, stabilmente accasato dall’anziana madre dopo la separazione dalla moglie con cui ha avuto una figlia adesso adolescente, è appeso un quadretto con l’immagine di José Asunciòn Silva, poeta fondatore sul finire dell’800 del movimento modernista, ma prima ancora vicino al decadentismo. Inequivocabilmente è il nume tutelare di Oscar, poeta con qualche pubblicazione giovanile e problemi di alcolismo, aspirante modernista, in verità più decadente maledetto come da cliché, sicuramente incompreso dagli editori che non hanno intenzione di investire nella sua poesia.
Senza un soldo, per la madre è una costante preoccupazione, consapevole che il figlio sopravvive grazie alla sua pensione e alla casa di famiglia; per la sorella è semplicemente un ignavo che si autocommisera; con la figlia Daniela, all’ultimo anno delle superiori, il rapporto sembra guasto da tempo. Non resta che José Asunciòn Silva, compagno silenzioso e mentore, effige in cui specchiarsi e riconoscersi nella poesia, almeno fino a quando, dopo aver accettato a fatica di insegnare in una scuola superiore, non incontra Yurlady, quindicenne talentuosa che, nonostante viva in un quartiere molto povero di Medellin, scrive versi ispiratissimi. Darle l’opportunità di coltivate la sua propensione alla scrittura, mettendola in contatto con un circolo culturale e iscrivendola a un concorso di poesia, diventa una nuova ragione di vita, almeno fino a quando il suo interesse per la ragazza non genera qualche perplessità nei familiari di lei. Per Oscar, che cerca di proteggerla dalle strumentalizzazioni di un intellighenzia rivoltante che vede nella ragazza lo stereotipo della favelada di genio, inizia un calvario immeritato.

Quello che sembra un dramma esistenziale, in realtà è un oggetto cinematografico originale, capace di muoversi con libertà tra registri diversi, posizionandosi più vicino alla commedia tragica, perché tragica è la figura di Oscar (ispiratissimo Ubeimar Rios), goffo nella postura, incurvato dalla vita, in costante ricerca di una luce che possa riaccenderne la penna per raggiungere un riconoscimento appagante e una stabilità economica che – a dirla tutta – il mondo dell’arte quasi sempre nega.
Premio della giuria nella sezione Un certain regard all’ultimo festival di Cannes, girato in pellicola e sbordato come un super8 mal conservato, Un poeta brilla per scrittura e messa in scena. Il regista Simón Mesa Soto, al secondo lungometraggio, riesce magistralmente a definire i contorni di un personaggio a tratti sgradevole, ma dotato di un’umanità che lentamente conquista lo spettatore.
Il dolore che sembra autoinfliggersi perché “non c’è poesia senza sofferenza” – come ama ripetere – lo identifica fino a farsi vera e propria maschera di scena in un teatro che lo respinge e rigetta ai margini tra i vinti senza futuro nel girone degli illusi. Il prodigio del regista è di iniettare nel piccolo inferno di Oscar, in ogni capitolo in cui è diviso il film, una massiccia dose di ironia, addolcendo l’intreccio con trovate addirittura comiche, ma senza ridicolizzare il poeta, che anzi, tenacemente, si rialza ad ogni sgambetto, guardando sempre verso Asunciòn Silva. Inoltre Ubeimar Rios, nel dare corpo e smorfie al suo personaggio, ripulisce del superfluo ogni gesto, per non cadere nel macchiettismo, assecondando la parabola sceneggiata di Mesa Soto, con una presenza scenica tutta finalizzata a donare a Oscar la dignità che merita nonostante tutto e che diventa poi cruciale nel ricucire la relazione con Daniela, figlia perduta che infine appare come la sua “poesia” più bella, ma anche terminale di un cammino redentivo per riconoscersi, prima che poeta, definitivamente uomo.

Alessandro Leone

Un poeta

Regia e sceneggiatura: Simón Mesa Soto. Fotografia: Juan Sarmiento G.. Montaggio: Ricardo Saraiva. Interpreti: Ubeimar Rios, Rebeca Andrade, Guillermo Cardona, Alisson Correa, Humberto Restrepo, Margarita Soto. Origine: Colombia/Germania/Svezia, 2025. Durata: 123′.

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