Venezia 2025

Venezia 82: in concorso l’ottimo film della Donzelli

À pied d’oeuvre è una bella sorpresa

“Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna.”

Valérie Donzelli, regista di La guerra dichiarata, ci regala uno splendido film su ambizione e identità molto legata al mondo del lavoro di oggi e a tutti quelli che cercano di lavorare nell’oscuro mondo della cultura.
À pied d’oeuvre, tratto dal romanzo di Franck Courtès, racconta la storia di Paul Marquet, un fotografo di successo che un giorno decide di vendere tutte le sue macchine fotografiche, abbandonare il proprio talento e il benessere economico per diventare scrittore. La moglie e i figli partono per il Canada. Paul resta solo con i suoi fantasmi e la sua scelta di vita radicale. Vive in un seminterrato e inizia a lavorare per venti euro al giorno, o anche meno, facendo di tutto: idraulico, giardiniere, autista.
In questo modo il film tocca il sottobosco urbano dello sfruttamento del lavoro, con le app, gli algoritmi e le valutazioni dei clienti a scandire ritmi lavorativi, retribuzioni e qualità della vita. Ma non è questo il vero tema del film: la Donzelli è una cineasta per nulla neorealista, non vuole fare un film sociale alla Dardenne, preferisce cercare un approccio personale per raccontare questo mondo. La scelta di Paul non è infatti sociale, ma non è neanche artistica, è identitaria. Paul perde se stesso e cerca di trovare qualcosa attraverso un viaggio pauroso nel suo intimo, nella ricerca di se stesso attraverso la fatica fisica, nel suo mettersi in ascolto di sé va alla ricerca del suo posto nel mondo.
Donzelli si chiede continuamente come ci riconosciamo in quello che facciamo: il nostro lavoro ci rappresenta? Lo facciamo per soddisfare la marea di bisogni indotti? O per noi stessi? À pied d’oeuvre diventa così un racconto radicale e limpido che assume i contorni dell’incubo allucinatorio delle lotte interiori del protagonista.
La regista ci parla anche di cinema, scrivere un film non significa per forza arrivare a realizzarlo, portarlo in sala non significa incontrare il favore del pubblico, avere successo non significa avere garanzie per il futuro.
À pied d’œuvre diventa così un film adatto a molti registi non proprio mainstream: perché dobbiamo raccontare storie? Serve davvero a qualcosa? È utile solo a noi stessi? Ci bastano i pochi spettatori che raggiungiamo in due o tre festival?

da Venezia, Claudio Casazza

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