SPECIALE Youth – La giovinezza

locandina_youthDavos, in un angolo meraviglioso delle Alpi Svizzere si erge un hotel di lusso dove il jet set di tutto il mondo trascorre i propri momenti di relax tra massaggi, saune e check up medici. Tra gli ospiti ci sono Fred (Michael Caine), compositore e direttore d’orchestra in pensione capace di rifiutare un ingaggio anche dalla Regina d’Inghilterra e Mick (Harvey Keitel), regista sul viale del tramonto che sogna di scrivere il suo film testamento con protagonista la sua vecchia amica e diva Brenda Morel (Jane Fonda). Fred e Mick sono amici da lunga data e, attraverso i loro discorsi, sono ironicamente consapevoli che stanno vivendo l’autunno delle loro vite.

Sono corpi in disfacimento quelli su cui indugia Paolo Sorrentino attraverso quadri statici che sembrano iperealistici. Una grande bellezza che fu, sottolineata dal contrasto col corpo prorompente di una Miss Universo ospite dello stesso albergo. Sorrentino costruisce un film incentrato sull’ineluttabilità della morte, sulla consapevolezza che alcune cose devono accadere, presto o tardi. Youth però è anche un film profondamente metacinematografico in cui si odono lontani gli echi delle teorie di André Bazin sul complesso della mummia. I giovani vedono il futuro vicino, quello che si vede lontano è il passato dei vecchi, postula Mick al gruppo dei suoi sceneggiatori, cercando di motivarli a trovare una conclusione al Youth_cainesuo film testamento.
Fred e Mick sono lo spettro delle persone che sono state in passato, con le loro ansie e i loro problemi alla prostata, ma che esprimono ancora il loro punto di vista da intellettuali a proposito del cinema, della musica e della vita. Youth, come e meglio di Mia Madre di Nanni Moretti, si trasforma anche in una riflessione sul cinema arguta e pungente. Il regista spiazza il suo pubblico con immagini patinate, un incipit ricco di ironia e uno svolgimento che trasuda riflessioni da uomo maturo. Alla domanda ”Non le sembra che sia un film di una persona anziana?”, Sorrentino ha risposto “Mi fa piacere, vorrà dire che in futuro recupererò facendo film “da giovane””.
Youth è un film che come il precedente La grande bellezza sarà destinato a dividere gli spettatori tra amanti e detrattori, ma è proprio tra questa dicotomia che si possono creare i cortocircuiti migliori, quelli di un cinema che fa pensare.

 Carlo Prevosti

youth_dueSenectus ipsa est morbus

C’è un errore nel titolo. L’ultimo film di Paolo Sorrentino, distribuito nelle sale a due anni esatti da La grande bellezza (2013), avrebbe dovuto chiamarsi, più adeguatamente, la vecchiaia. Perché è proprio la senectus terenziana a dare spessore alla vicenda, che è poi in realtà un connubio di due vicende, quella del musicista in pensione Fred Ballinger e del suo amico regista Mick Boyle, alle prese con un film testamentario. Due storie, insomma, molto diverse ma molto simili, in qualche modo complementari, che si intrecciano tra i silenziosi rumori di un lussuoso albergo alpino, le grandi piscine luccicanti di vapore, l’animazione serale specializzata in musica leggera e le sue belle, ambigue massaggiatrici. E la giovinezza, allora? La giovinezza è la forma, proprio come la senectus l’essenza; dall’incontro scontro tra la youth_sfilataconfezione e la sostanza, l’essere e l’essere stato (o pensare di essere stato), Sorrentino dipana la sua pellicola geometricamente glaciale, fatta di proporzioni e simmetrie, personaggi rugosi e decadenti le cui identità, come in uno specchio bergmaniano, si confondono con i desideri dei loro corrispettivi meno attempati. È tutta una scusa per fare dell’intellettualismo da salotto, un po’ come il Moretti di Mia madre che, in una specie di transfert psicoanalitico, proiettava le battute del fu Michele Apicella sull’attrice feticcio Margherita Buy, cercando di farlo rivivere, in realtà scimmiottandolo.
Sorrentino è però meno borgataro di Nanni, bisogna riconoscerglielo, e così alza il tiro trasferendo la parte di Servillo a un Michael Caine pettinato come lui, che parla come lui, che si atteggia da Servillo senza esserlo per davvero. Registi che fanno film sull’essere registi o su registi che fanno un film citando e imitando se stessi. Il loro cinema è ormai una matrioska che contiene qualcos’altro, dove le armonie si perdono nell’ermetismo, oppure diventano l’unica chiave per accedere a un universo autoreferenziale. Sorrentino ci mette il sosia di Maradona, più grasso, più laido, più sporco; un attore che emula Hitler mangiando le ciliegie e imprecando come il vero dittatore quando il boccone rischia di strozzarlo; una diva dell’epoca d’oro (Jane Fonda, decadente come Gloria SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. FOTO DI GIANNI FIORITOSwanson, decaduta come Judy Garland) che bisticcia con il suo mentore dopo decenni di amorevole collaborazione; la giovane star di turno, Paul Dano, intrappolata nel successo di una pellicola poco impegnata seppur molto redditizia per il botteghino. E fra tutte queste scenette, molte delle quali ricostruite come in un moderno Vermeer, molte altre quasi fossero calchi ripensati di Ulrich Seidl, ci sono soltanto le chiacchiere, i ricordi rimestati tra passeggiate pomeridiane, tremolanti fantasmi che appaiono su un prato, ciascuno di loro intrappolato nella parte cinematografica che l’ha reso famoso. Sorrentino voleva omaggiare La grande bellezza, ma in Youth non c’è nulla che lo ricordi: né la musica, a parte un brano di David Lang in chiusura, che è poi quello del teaser/trailer, né il senso del mistero, né l’idea di una Roma profana(ta) che riesce, paradossalmente, a mantenere il senso del sacro attraverso i suoi giardini segreti. La grande bellezza era il lento dischiudersi di un fiore, palazzi rinascimentali che svelavano i loro tesori, rovine di un passato glorioso strangolato da una contemporaneità burina e screanzata, fatta di Youth-La-Giovinezza-3discoteche, feste sguaiate e pezzi da museo destinati a sgretolarsi nella luce del giorno. Youth si ferma invece alla forma, al bozzolo legnoso nel quale vegetano questi anziani aristocratici, e nel quale vegeta, suo malgrado, un cinema inutilmente cerebrale e velleitario. Non basta la poesia evocata da alcuni siparietti per fare un film impegnato (la ragazza con l’apparecchio che balla, l’unico momento autenticamente perturbante, o il direttore d’orchestra che dirige un concerto di vacche alpine e uccellini); né basta la potenza evocata in filigrana di alcuni drammi famigliari per dare spessore morale all’intera operazione. Se non fosse per l’accoppiamento di due vecchi laidi, consumatosi nel bosco agli occhi incuriositi dei protagonisti, il tradimento di Rachel Weisz, lasciata dal marito per la più portentosa Paloma Faith, sarebbe pure il nadir della pellicola. Ma Sorrentino recupera immergendo la sua bellezza al bagno (la rumena Madalina Diana Ghenea) tra i vapori di una stazione termale. Giusto perché un paio di tette fa sempre comodo. Anche se rifatte.

Marco Marchetti

La leggerezza è un’irresistibile tentazione

“É tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento”. Ma non parliamo de La Grande Bellezza. Nemesi. Una Svizzera anonima come matrice – forse un omaggio a Thomas Mann. Youth è come la seconda stampa su superficie: perfeziona il bordo irregolare youth-weiszdella prima, imprime sullo spettatore la vera forma dell’ultimo Oscar Sorrentiniano.
La giovinezza è non sapere che la postura corretta per un suonatore di violino mancino è irregolare. E la giovinezza non è autodeterminante, necessita del suo opposto per essere valutata. La vecchiaia è rimanere accecati dalla luce potente della propria personalità formata, ambiziosa e danneggiante. Nel ribaltamento del confronto scopriamo il giovane che misura la gravità del suo esistere; l’attempato invece ritrova il lato giocoso dell’esistenza. Ricordare quel poco di sfuocato attraverso una lente rovesciata. “La leggerezza è un’irresistibile tentazione”, che sfida tutti con il passare degli anni. C’é chi si sente responsabile della propria storia, che rifiuta l’invito della regina d’Inghilterra a dirigere un’orchestra (Fred). O chi si sente determinato dagli eventi e urla di disperazione, confermando la passività come causa delle proprie rughe (Brenda). Chi addirittura non sa abbandonare la gravità del ruolo assunto in vita, youth2annullando con la morte ogni declino (Mick).
Il sentimento fomentato dal desiderio: motore della vita che sfocia nella morte, rinascita di un’insostituibile voce di donna. Un cancello sigillato, tranne che per chi ha necessità di respirare firmando autografi attraverso la grata. Silenzio, corpi spogli ed ingobbiti. Vulnerabilità totale, a contrasto con il maniacale equilibrio in prospettiva delle architetture.
É chi muore che sta in silenzio”, perché è l’unico individuo in grado di completare il quadro di bellezza dell’esistenza. Il chiasso cessa di esistere o di essere inseguito. Ma il silenzio la fa da padrone anche nella struttura per  villeggianti. Che siano vite compiute giunte all’apice della loro espressione? O solamente individui che si sono dimenticati l’emozione della vita? Un tema abbellito dall’estetica meravigliosamente italiana, che conferma il prossimo passo della produzione cinematografica di Sorrentino. L’indagine – per chi abbia voglia di ascoltare – sull’individuo del nostro secolo: noi.

Giulia Peruzzotti

Youth – La giovinezza

Regia e sceneggiatura: Paolo Sorrentino. Fotografia: Luca Bigazzi. Montaggio: Cristiano Travaglioli. Musiche: David Lang. Interpreti: Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, Neve Gachev, Ed Stoppard, Alex MacQueen, Tom Lipinski. Origine: Italia/Francia/Svizzera/UK, 2015. Durata: 118′.

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