Su ogni cima
è pace;
in ogni chioma
senti appena
un alito.
Nel bosco anche gli uccelli, tutto tace.
Aspetta, presto
anche tu avrai pace.
(Canto notturno del viandante J. W. von Goethe, 1780)
Un maestoso ginkgo biloba si porta via Silent Friend nell’ultima (preannunciata) inquadratura di un film che lo ha visto protagonista silenzioso. I versi di Goethe interpretati da Blixa Bargeld (già voce inconfondibile degli Einstürzende Neubauten) accompagnano una carrellata indietro a scoprire finalmente la pianta in tutta la sua magnifica presenza nel giardino autunnale di un ateneo tedesco. E’ giorno e si fa sera, il quadro spegne il film lasciando più misteri che certezze.
Ildikó Enyedi, regista ungherese che ricordiamo soprattutto per Corpo e anima (Orso d’Oro a Berlino nel 2017), intreccia tre storie ambientate in epoche diverse, 1908, 1972 e 2020 (alle soglie del primo lockdown), per suggerire interconnessioni tra i regni dei viventi – così come furono classificati da Linneo – e sollevare domande sulle intelligenze che governano il creato.
La regista, con un passato da videoartista concettuale, scarnifica le storie per piegarle verso l’elemento visivo, in un ibrido che via via produce astrazioni che invitano a una partecipazione multisensoriale e meno razionale. Le vicende di Grete (Luna Wedler), prima donna a laurearsi in un contesto maschilista e pregiudicante che scopre la fotografia, Hannes (Enzo Brumm), studente di letteratura che, sullo sfondo delle lotte studentesche, inciampa in Gundula, studiosa di botanica, che gli affida un esperimento su un geranio, Tony (Tony Leung Chiu-wai), neuroscienziato hongkonghese, che sposta i suoi esperimenti dal cervello umano al ginkgo per rilevarne le mutazioni di stato quasi a identificare una coscienza profonda, sono come osservate dal regno vegetale che, nel contesto universitario di Marburgo, ha nell’albero il terminale neuronale (le piante ci pensano? – si domanda Gundula). Così, nonostante la solitudine del ginkgo, unico esemplare della sua specie, il parco
botanico appare come un organismo complesso capace di percepirei la vita nelle sue diverse manifestazioni. Enyedi immagina pseudosoggettive alternate a inquadrature in cui le ramificazioni si infilano tra i personaggi disegnando relazioni interspecifiche. Relazioni da decifrare, prima ancora da immaginare, per poi comprovare con esperimenti, ma anche attraverso l’arte: il cinema per Enyedi, la fotografia per Grete, donna modernissima in un asfissiante contesto maschile. Se piante e corpo trovano coincidenze di superficie sulla lastra fotografica, il film smaterializza i corpi, vegetali e umani, in onde colorate determinate da stimoli esterni.
I salti nel tempo confondono le storie degli uomini ancorate unicamente al ginkgo, così che i quasi cento anni possano schiacciarsi e scheggiarsi intorno all’albero centro gravitazionale apparentemente immobile. Nessuna delle tre storie si chiude in maniera canonica, procedono per ellissi eludendo passaggi che si perdono nel sottobosco del parco botanico, correndo tra gli umori umidi di altre vicende, che si consumano su logiche sconosciute, sulla grammatica di linguaggi ignoti: quelle dei vegetali. E i vegetali, non solo il ginkgo, raccontano una quarta storia che da cornice si fa predominante e insistente sulle due ore e mezza del film: un insospettabile racconto visivo e sonoro di sessualità arborea, con peduncoli che si gonfiano, membrane che si dilatano, liquidi che ingravidano; la percezione al di qua dello schermo di un piacere appagante.
Grete, Hannes e Tony con approccio olistico ne intuiscono le trame, come fu per Goethe (La metamorfosi delle piante) o per Rainer Maria Rilke (altro poeta citato nel film); sedotti dalle armonie estetiche e dai meccanismi arcani che permettono la comunicazione tra specie diverse, ai margini della scienza, invocano un reciproco ‘sentirsi’ e una reciproca comprensione che li avvicini in vita a quella pace (e quel piacere) figurata da Goethe.
Alessandro Leone
Silent Friend
Regia e sceneggiatura: Ildikó Enyedi. Fotografia: Gergely Pálos. Montaggio: Károly Szalai. Interpreti: Tony Leung Chiu-wai, Luna Wedler, Enzo Brumm, Léa Seydoux, Sylvester Groth, Yun Huang, Luca Valentini. Origine: Germania/Ungheria/Francia, 2025. Durata: 147′.




